Primo figlio, italiane le meno giovani d’Europa

di Teresa Forte

La bellezza non ha età, la fertilità sì” diceva lo slogan del ministero della Salute quando a guidarlo era Beatrice Lorenzin, nel 2016 (lei, appena pochi mesi prima, a quasi 44 anni di età era diventata per la prima volta madre). Fu una iniziativa originale, che però non è servita a cambiare una tendenza italiana – più accentuata che altri Paesi europei, ma in linea con la maggioranza dei Paesi europei – ad alzare sempre di più l’asticella dell’età anagrafica per la prima maternità. Nell’Italia della denatalità, della crescita sotto zero compensata dalla fertilità dei cittadini residenti da noi ma provenienti da altre nazioni, non dovrebbe stupire questo primato europeo: le italiane sono quelle che – naturalmente in media – hanno il primo figlio più tardi di tutte.

Il primo figlio – secondo una ricerca di Eurostat, che ha messo a confronto i vari Paesi del continente – le mamme italiane lo hanno mediamente ai 31,3 anni di età (ultimo dato disponibile è il 2019, in peggioramento), mentre la media europea è più giovane di quasi due anni (29,4 anni l’età media). Le bulgare, invece, sono le mamme più giovani: a 26,3 anni hanno – in media – il primo parto. Quindi – mediamente – lo concepiscono a metà dei 25 anni. Le ragioni di questo “ritardo” italiano sono tante e facilmente immaginabili: si aspetta ad avere un figlio perché bisogna fare i conti con la precarietà. Oppure per la ritardata autonomia dalla famiglia d’origine, o ancora per la difficoltà di conciliare lavoro e maternità. Del resto, ci si sposa anche più tardi rispetto al passato, e anche se molte coppie non si sposano più (da circa quarant’anni la percentuale è in costante decrescita) e convivono, è sempre più difficile avere un mutuo per acquistare la casa in cui andare a vivere se non si ha un lavoro con un contratto a tempo indeterminato. Un tempo almeno c’era l’affitto ad equo canone.

Figli tardi, e anche pochi. Il numero di figli per donne in Italia è di 1,27.

Più di 4 mamme italiane su 10, tra i 25 e i 49 anni, non riescono a conciliare la loro condizione familiare con un impiego, e molte di loro sono confinate a un lavoro part-time. Un quadro desolante che solo con la forza dei numeri mette in discussione il sistema di welfare che evidentemente non è in grado di incoraggiare a sufficienza la natalità.

Il modello più incoraggiante è nella super-mamma che guida la Commissione europea. La tedesca Ursula von der Leyen, infatti, ha addirittura sette figli, di cui due gemelle. Tutti avuti dallo stesso uomo, che è ancora suo marito. Ma con una particolarità: ha iniziato la carriera politica ad alto livello tardi, e dopo aver avuto l’ultimo figlio (nel 1999, a 41 anni: ma non era il primo, il settimo).

Dopo qualche esperienza nella politica locale, è nel 2003 che ha avuto il primo incarico importante, entrando nel governo come ministro della Famiglia (e chi più adatta di lei?).

Ma è stato solo il primo gradino, poi sempre confermato negli esecutivi che si sono succeduti, e che ha poi lasciato solo per la Presidenza della Commissione europea. E il suo successo – frutto di energia, determinazione, oltre che di talento – conferma, nella sua eccezionalità, come per una donna sia molto più difficile realizzarsi come madre in carriera.

Che in Italia questo sia un problema è dimostrato da un altro dato: il grado di istruzione femminile è superiore a quello maschile. Meno abbandoni scolastici tra le ragazze, e più donne laureate (il 22,4% mentre gli uomini si fermano al 16,8%).

Più istruite però meno realizzate sul lavoro. E sono tante le donne che scelgono (o sono di fatto costrette a scegliere) il part-time.

La pandemia, poi, ha influito anche sull’occupazione femminile più che su quella maschile: Su 444mila nuovi disoccupati in Italia nel 2020, 312mila sono donne. Ma la maggiore istruzione delle donne è un bene per la società, e lo ha detto con parole egregie il premio Nobel Rita Levi Montalcini: “Se istruisci un bambino, avrai un uomo istruito. Se istruisci una donna, avrai una donna, una famiglia e una società istruita”.

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