La crisi nella crisi

di Fabio Morabito

Visto da Bruxelles potrebbe non essere capito. C’è uno scenario che definire di crisi è poco, crisi sanitaria ed economica, e in Italia si parla di crisi di governo, e per giunta se ne parla da giorni, quando una maggioranza aritmetica c’è. E a prefigurare lo strappo è proprio quel partito di poco più di un anno di vita, che si chiama Italia Viva ed è guidato da Matteo Renzi, il senatore ex Pd, ex premier, che è stato l’artefice principale della formazione di questo governo (il cosiddetto “Conte due”) che ora vorrebbe abbattere. O riformare. O condizionare.

Nella democrazia questo è lecito, e le motivazioni addotte da Renzi non sono astratte, in particolare le sue obiezioni sui criteri di spesa dei soldi -un po’ troppo a pioggia – del piano italiano per il Recovery Fund. Insomma, si parla dei 209 miliardi di euro stanziati dall’Europa per l’Italia, un’occasione unica e, si spera date le circostanze che l’hanno motivata, irripetibile. Uno stanziamento record che – avvertono i molti – è peraltro a rischio spreco, come è stata cattiva abitudine in passato dei nostri governanti.

Sarebbe probabilmente – in uno scenario già difficile – la peggiore cosa. Meno comprensibile da parte di Renzi il braccio di ferro sulla delega ai servizi segreti, che di solito il Presidente del Consiglio affida a un uomo di fiducia, ma che Giuseppe Conte tiene per sé. Come è suo diritto. Pretesa, quella di Renzi, meno comprensibile per il cittadino, e quindi per l’elettore, che pensa che in questo momento i problemi siano ben altri. E sembra fantapolitica l’allusione sussurrata dietro le quinte che Conte, prima di due anni fa solo un avvocato e docente universitario, abbia qualcosa da nascondere, e quindi controllare. E per questo terrebbe stretti a sé i servizi segreti. 

Ma il fatto che negli ultimi giorni, a cavallo tra il 2020 e l’anno nuovo, la crisi politica tenga banco quasi quanto il lockdown e la bagarre sui vaccini lascia ragionevolmente sorpreso chi guarda l’Italia da fuori. L’Europa ha in calendario quest’anno due importanti appuntamenti elettorali (Germania e Paesi Bassi) e per il 2022 si vota per le presidenziali in Francia. In Italia le Politiche sono previste – a chiusura naturale della legislatura – per il 2023. Salvo scioglimento delle Camere.

Di elezioni anticipate si parla tanto in questi giorni. Ma non sarebbe da sciagurati una crisi oggi, sapendo che ci sono da gestire le risorse europee? Entro età febbraio il governo si è dato il tempo per presentare il piano richiesto da Bruxelles sull’uso dei fondi straordinari. Poi, dal prossimo agosto, comincia il cosiddetto “semestre bianco“: Mattarella è già al suo sesto anno da Presidente, e prima dell’elezione del suo successore la Costituzione prevede un blocco di sei mesi. Si tratta di uno dei lucchetti previsti dalla Costituente per non rendere attaccabile l’equilibrio democratico.

Sono sei mesi durante i quali l’inquilino del Quirinale non potrà sciogliere le Camere. Infine, non c’è ancora una nuova legge elettorale, e questo rende ancora più velleitaria la prospettiva di un voto anticipato. Prospettiva considerata inevitabile in caso di caduta del governo da parte di intervistati autorevoli (il ministro dei Beni culturali Franceschini, il presidente della Camera Fico) che si sono così incautamente espressi in questi giorni. Anche se si votasse subito (peraltro in piena pandemia) non bastano i sondaggi ad escludere un esito difficile da gestire come quello di tre anni fa. 

Ci sono tanti interessi in gioco, anche contrapposti, che qualche volta – o spesso – prescindono da quelli del Paese. Pensiamo ai Cinque Stelle: la loro larga rappresentanza parlamentare sarà falcidiata, sia dal taglio dei parlamentari che dal ridimensionamento del Movimento, certificato costantemente dai sondaggi. I “capi” del partito (perché ormai è un partito, sia pure sui generis) si sono messi al sicuro, approvando la deroga al limite dei due mandati che si erano dati da sempre. Questo se lo scioglimento delle Camere arriva adesso, quando la legislatura è poco oltre metà percorso. I parlamentari di seconda fila, quelli che un tempo venivano chiamati “peones” (e questo appellativo sembra azzeccato anche oggi) possono solo sperare che la legislatura vada a chiusura naturale, perché difficilmente troveranno uno spazio per essere rieletti. Il Pd è da tempo al lavoro per le elezioni locali, per il rinnovo delle amministrazioni nelle grandi città, che sulla bagarre in corso si tiene defilato. Va detto che anche il leader di fatto dei Cinque Stelle, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si è espresso per evitare il voto anticipato. Che poi non piace a nessuno nella maggioranza, e a nessuno in questo momento. Italia Viva è data dai sondaggi sotto il 3%, può davvero Matteo Renzi, che è il suo leader, voler andare al voto? Per farsi fuori da solo?

Si parla anche di rimpasto, o di un terzo governo Conte. Torna familiare il vecchio lessico di una politica bizantina, come la “crisi pilotata” o quella “al buio”. I principali giornali d’Italia sostengono la soluzione di un cambio del premier, e in questo senso si comprendono le tante interviste agli esponenti di Italia Viva, partito con una folta rappresentanza in Parlamento ma poco più dimensionato del “Nuovo centrodestra” che si inventò Alfano ex-Forza Italia, poi sparito – passando attraverso un altro cambio di nome – alla prova del voto. Con Alfano ritiratosi dalla politica.

Il centrodestra, che fino a non troppo tempo fa spingeva per un voto anticipato, non freme per far saltare il banco, cercando di dare prova di moderazione e responsabilità, e nel frattempo per prendere le misure della crescente popolarità di Giuseppe Conte, ora in parte ridimensionata dagli ultimi interventi messi in campo per affrontare l’emergenza.

C’è la disponibilità, certo da verificare fino in fondo e con qualche distinguo, a un governo tecnico cosiddetto di “larghe intese”, che si potrebbe esprimere anche con un voto non belligerante (la possibile astensione da parte di Fratelli d’Italia). Ed è ricorrente in questi giorni il nome di Draghi, ex presidente della Banca centrale europea, che è poi il nome italiano più spendibile e autorevole nell’Unione. Come capo del governo o superministro dell’Economia.

Il centrodestra non scalpita, e si sta organizzando per non essere più così indigesto a Bruxelles. Non è un problema di Silvio Berlusconi, che brilla di europeismo, magari anche per distinguersi dai suoi alleati; ma il suo partito, Forza Italia, si sta via via ridimensionando. La Lega invece sta riposizionandosi neanche troppo lentamente, con un dibattito interno che non vuole tagliare le unghie della propaganda più popolare in Italia, ma punta ad essere un interlocutore ascoltato nell’Unione. Al punto che si parla da tempo di un possibile ingresso nel Partito popolare europeo, ipotesi finora smentita. È questo il primo gruppo parlamentare d’Europa, che peraltro ospita Viktor Orban, il premier ungherese, molto più “sovranista” di Salvini.

Giorgia Meloni e i suoi Fratelli d’Italia sono all’opposizione in Europa, ma la loro leader è stata da poco eletta a capo del gruppo parlamentare Conservatori e riformisti. È il gruppo che ospitava i Conservatori britannici, quindi il primo partito del Regno Unito. Un palco che non è quello di chi si mette all’angolo.

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