Macron Napoleon

Il più europeo dei leader Ue. O solo il campione delle ambizioni della Francia

di Fabio Morabito

Non c’è dubbio che il capo di Stato o di governo che si è più contraddistinto negli ultimi anni su un’idea europea sia Emmanuel Macron.

Emmanuel Macron

Il presidente francese parla continuamente di Europa, e dà l’idea di pensare sinceramente che spetti all’Unione indicare la linea della politica nel mondo, senza mortificarsi a seguire quella degli altri. Ma il suo europeismo parla francese. Macron assomiglia a molti suoi avversari populisti. Nel saluto di fine anno ai cittadini, mentre la Cancelliera tedesca Angela Merkel faceva un discorso quasi intimista – e comunque europeo – sulla pandemia, Macron si è concentrato sull’efficienza e le qualità morali del suo Paese.

Perfino nel suo discorso – peraltro colto e suggestivo – per i duecento anni dalla morte di Napoleone, il 5 maggio scorso, non ha resistito dal concludere con “Vive la République”, che suona un po’ dissonante nella commemorazione di un Imperatore. (Anche se Napoleone nelle sue tante cariche è stato anche Presidente di una Repubblica, ma quella italiana; naturalmente la pre-unitaria, nei primi anni del XIX secolo).

Se poi Macron si sia più o meno speso bene per l’Europa è un’altra cosa.

E che ci siano forti aspettative internazionali (da Bruxelles, ma anche da Washington) su Mario Draghi come figura leader nell’Unione, non cambia, perché l’attuale primo ministro italiano è a Palazzo Chigi da neanche quattro mesi. Macron conosce il carisma dell’ex-Presidente della Banca centrale europea, e così come per anni è stato l’ombra della Cancelliera tedesca Angela Merkel ora cerca in tutti i modi di avere un rapporto preferenziale con Draghi (questo, va detto, potrebbe essere molto utile per Roma e non solo per Roma).

Macron è un leader che ama il potere, lo usa molto, ma ne ha rispetto. Sa che Angela Merkel uscirà presto di scena, con le prossime elezioni in Germania alle quali la Cancelliera non si presenterà. E non si sa chi guiderà la Germania, ma soprattutto come.

Draghi è una certezza e Macron si mette volentieri nella sua scia. Del resto, seguire Angela Merkel come un’ombra non gli ha impedito di coltivare gli interessi francesi anche quando non erano quelli di Berlino.

Per questo la sintonia tra Parigi e Roma, di questi ultimi tempi, è una conseguenza prevedibile dell’attenzione del presidente francese nello stabilire alleanze utili. Macron, da quando è all’Eliseo, ha stretto prima un buon rapporto con Paolo Gentiloni premier (e si è sfiorata un’intesa con Roma che stava per essere ratificata con solennità al Quirinale). Poi ha avuto un rapporto pessimo con il primo governo guidato da Giuseppe Conte (con l’ambasciatore francese a Roma richiamato in Patria). Poi cordiale e dialogante con il Contedue, ma sempre mantenendo una distanza speculativa, come si è visto nei rapporti con l’Egitto dove i problemi dell’Italia – per la vicenda dell’uccisione dello studente Giulio Regeni – sono diventati una buona occasione per rafforzare l’amicizia con il presidente Abdel Fattah Al Sisi, generale al potere dopo un colpo di Stato.

Ora si parla tanto di asse franco-italiano, ed è improprio o perlomeno prematuro. Ma una convergenza di intenti c’è, individuata anche da Roma, che anzi ha dato subito un segnale di presa di distanze da Recep Tayyip Erdogan, il presidente della Turchia che da Macron è fortemente avversato.

Nell’ottobre scorso, quando dopo l’ennesimo omicidio compiuto da un integralista (un insegnante decapitato nei dintorni di Parigi), Macron parlò di Francia “impegnata in una lotta esistenziale contro il “terrorismo islamista”” e di Islam come religione in crisi. Erdogan allora invitò pubblicamente al boicottaggio dei prodotti francesi.

Ma il dissidio con la Turchia nasce anche da ragioni più complesse, da interessi conflittuali a cominciare dal Mediterraneo. Macron ha ben capito le intenzioni espansionistiche di Ankara – peraltro assolutamente evidenti – e le ha subito contrastate, anche se poi l’Unione era trascinata dalla Germania nel firmare accordi deplorevoli con Erdogan per impedire l’arrivo in Europa dei fuggiaschi dalla Siria straziata dalla guerra civile.

Se Macron ha ragione nel contrastare l’irrequieto “sultano”, e in questo modo interpreta la difesa di interessi europei (a cominciare da quelli – territoriali e di risorse nel mare – della Grecia e di Cipro) proprio con Ankara è riuscito ad avere torto. È successo in Libia, dove l’Eliseo ha sostenuto il generale Khalifa Haftar nella sua guerra contro il governo insediatosi nella capitale e riconosciuto dalle Nazioni Unite.

Al fianco di Tripoli, al caro prezzo di accordi economici sulle risorse energetiche e nel controllo dei porti, si è schierata invece la Turchia.

Ora nei rapporti con il nuovo governo libico di unità nazionale Parigi si sta facendo traghettare dall’Italia, con la quale è stata invece a lungo in competizione sullo sfruttamento delle risorse naturali di questo territorio. Un’alleanza che si sta consolidando anche in altri scenari africani, anche sul piano militare.

Macron parla di Europa, sostiene la necessità di un’Europa forte e autorevole nello scacchiere mondiale, ma dà la sensazione continua di considerare l’Unione come un’estensione della Francia. E di questo si rende ben conto anche Bruxelles, che più volte ha biasimato la recente politica dell’Eliseo.

Sulla pandemia, Macron ha dato l’immagine di seguire interessi alti, come nel piano Next Generation Ue quando ha trattato e difeso (bene) le ragioni del debito condiviso. E ne ha tratto grande vantaggio l’Italia. Oppure quando ha promosso il vertice per finanziare le economie africane, il 18 maggio scorso a Parigi, dove ha insistito su un piano di distribuzione dei vaccini contro il covid-19. Il 28 maggio è andato in Sudafrica, il Paese che per tecnologia nel continente ha le migliori possibilità di produrre i vaccini necessari. Il giorno prima era stato a Kigali, in Ruanda chiedendo “umilmente” scusa per la collaborazione francese al regime che nel 1994 perpetrò il genocidio dell’etnia tutsi.

Macron ammette le “enormi responsabilità” francesi nell’aver sostenuto di fatto “un regime genocida” e lo fa davanti al mausoleo dove sono sepolti i resti di 250mila trucidati.

Allora era presidente Francois Mitterrand, colpevole di aver protetto il dittatore Juvenal Habyarimana.

Ventisette anni dopo il silenzio si è interrotto. Un po’ come già aveva fatto per la guerra in Algeria, Macron ha affidato a una commissione d’inchiesta guidata da uno storico – Vincent Duclert – le migliaia di documenti dell’epoca, per arrivare al gesto plateale per la riconciliazione.

Non mancano nuove ombre in Africa, come l’accusa – da dimostrare – nei confronti dei soldati francesi operativi nel Mali di aver ucciso alcuni civili in un villaggio, nel gennaio scorso. L’esercito francese in missione in Africa non ha una buona immagine.

Il presidente francese è attivo in altri fronti, anche quelli trascurati dalla comunità internazionale. È stato il primo capo di Stato lo scorso anno ad andare in Libano dopo l’esplosione nel porto di Beirut. E poi si è recato a Bagdad. L’opposizione bielorussa ha chiesto espressamente di lui come mediatore nella crisi politica di Minsk. Ma sul progresso dell’Africa, per tanti motivi, c’è un interesse dell’Europa preminente.

L’Unione può essere competitiva rispetto a chi guarda a quel continente solo per le sue risorse. L’Africa che cresce vuol dire nuovi mercati, un freno all’emergenza migranti e alla diffusione del terrorismo islamico.

Macron, in questo, spende molta retorica ma anche un attivismo ammirevole.

In chiara contrapposizione a Pechino che per prima ha inaugurato la “diplomazia dei vaccini”, usata anche in Africa per acquistare credito e autorevolezza internazionale.

Eppure Macron non è certo stato un gigante dell’europeismo quando la pandemia – diffondendosi nel Vecchio continente – ha rivelato le contraddizione di un sistema sanitario considerato il migliore del mondo ma completamente dipendente dal mercato estero perfino per la fornitura di banali mascherine chirurgiche. Parigi un anno fa pose delle energiche limitazioni all’esportazione – anche dentro l’Unione – di materiale sanitario e medicine per contrastare il covid-19.

Intervenne Bruxelles, con una dura lettera datata 7 aprile 2020 e inviata alla Francia (ma anche ad altri cinque Paesi, tutti dell’Est Europa: Polonia, Ungheria, Romania, Slovacchia e Lettonia) chiedendo di non danneggiare la “capacità collettiva” di affrontare la malattia. Gli altri Paesi accettarono di rivedere la loro politica, la Francia invece nei giorni successivi addirittura estese il divieto alle esportazioni ad altri medicinali di soccorso.

Non è stata l’unica tensione recente con Bruxelles. Nel passato dicembre scorso è stato il Parlamento europeo a rimproverare – indirettamente – Macron chiedendo nella stessa risoluzione provvedimenti contro l’Egitto, e di non concedere – da parte di Stati membri dell’Unione – onorificenze ai capi di Stato responsabili di violazioni di diritti umani. Appena pochi giorni prima Macron aveva conferito la Legion d’Onore – la massima onorificenza in Francia – proprio ad Al Sisi.

A Macron non manca spregiudicatezza, ma parla anche in modo chiaro laddove la politica preferisce essere prudente. Vuole trainare il progetto di una Difesa comune europea? Lo fa prima dicendo che l’Alleanza atlantica è in condizioni di “morte cerebrale”. Poi annuncia di voler mettere a disposizione dell’Unione europea l’arsenale nucleare della Francia, e sceglie per farlo i giorni della formalizzazione dell’uscita dalla Ue della Gran Bretagna, l’unica altra potenza con la bomba atomica in Europa. Naturalmente, anche in questo il presidente francese non è disinteressato perché con gli altri Stati membri vuole dividere le spese – elevate – di mantenimento dell’arsenale nucleare. Dice: “Il nostro obiettivo deveessere la rifondazione dell’ordine mondiale al servizio della pace. La Francia e l’Europa hanno un ruolo storico da giocare”. E in questa frase c’è tutto Macron. Una visione, non si sa quanto convinta, ma nobile nelle intenzioni dichiarate e cioè “al servizio della pace”. Poi c’è l’ambizione più esasperata e cioè “la rifondazione dell’ordine mondiale” . Infine, ecco la gerarchia implicita nella missione storica, e cioè la Francia e poi l’Europa.

E di esercito comune europeo, prospettiva lontana, aveva già parlato fin dalla sua campagna elettorale in corsa per l’Eliseo.

Ora Macron dovrà pensare alla campagna per il secondo mandato. Si voterà a maggio dell’anno prossimo, proprio alla conclusione del semestre francese alla guida del Consiglio europeo. Semestre che comincia il primo gennaio 2022. Non si sa ancora quali saranno gli altri pretendenti all’Eliseo. Certo sarà in corsa la leader dell’estrema destra Marine Le Pen. Se si arriverà, come la volta scorsa, a un ballottaggio tra i due, Macron dovrebbe vincere ancora.

Perché pur di non votare la leader della destra in molti si convinceranno al “meno peggio”. Sulla politica interna infatti l’attuale Presidente non raccoglie molti consensi. La riforma delle pensioni l’ha dovuta accantonare. La contestazione dei cosiddetti “gilet gialli” (dal colore del giubbetto che indossavano durante le proteste) è durata mesi. Spesso gli interventi della polizia sono stati oggetto di polemiche. Macron ha dovuto abbandonare una legge sulla sicurezza che avrebbe aumentato i poteri delle forze dell’ordine e che è stata contestata come illiberale. Uno scenario da guerra civile, attribuito al disagio sociale provocato dall’islamismo in Francia, è invece descritto da un migliaio di militari in pensione con un allarmato appello all’Eliseo.

Gli ultimi presidenti francesi hanno fallito la riconferma, o addirittura rinunciato a ripresentarsi come Francois Hollande. In attesa di sapere con chi dovrà battersi, l’attenzione prevalente di Macron resterà sugli scenari della politica mondiale. Ma sul piano della politica interna sembra cercare di erodere consensi a destra. O semplicemente Macron è uomo di destra, e sta seguendo i suggerimenti della sua identità.

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