Cina ed Europa, cosa c’è dietro la maschera

Se la “via della seta” diventa una corda tesa

È sulla Cina che si gioca la partita più importante e difficile dell’identità europea e della crescita dell’Unione come soggetto internazionale. Più sulla Cina che su altro. Il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden vuole l’Europa al suo fianco nel contrastare il gigante cinese, e propone – con demagogia ma abilità – di farlo sul terreno della violazione dei diritti umani, mettendo Pechino e Mosca sullo stesso piano, ma poi affrontando i dossier separatamente. In Italia, il primo ministro italiano Mario Draghi – spesso in sintonia con Biden – ha differenziato l’approccio con i due Paesi già nel suo discorso per la fiducia al Senato.

Biden sa che gli interessi europei non sono gli stessi di quelli americani. Con Pechino c’è una serrata competizione economica e le proiezioni di crescita danno inesorabilmente la Cina come prima potenza mondiale tra pochi anni, in sorpasso sugli Stati Uniti. Ma Washington ha preso le sue contromisure. Se Pechino incassa un più 18,3% di avanzata del Pil (Prodotto interno lordo) nei primi tre mesi dell’anno, a fine 2021 la crescita degli Stati Uniti potrebbe dare risultati sorprendenti (anche a danno della Ue, con il dollaro in progressiva perdita di valore sull’euro).

L’Europa è stretta in una tenaglia che ad Est è sulla competizione commerciale e sul monopolio della materie prime, ma dall’altra parte dell’Atlantico fa leva sulla crescita esponenziale dei giganti del web e della ricchezza finanziaria e improduttiva. Potenza finanziaria che impoverisce il mercato del lavoro e colpisce la stabilità delle economie tradizionali. Se poi sono minacciate le economie in via di sviluppo, anche qui ci sono conseguenze di riflesso sull’Europa. Infatti proprio la crescita dell’Africa sarebbe già la risposta più efficace all’emergenza delle migrazioni.

Eppure la Cina si muove con lungimiranza, e apre ai mercati stranieri arrivando a fermare – quando sono cresciuti troppo – i suoi giganti di casa nella finanza online. Anche Pechino abbonda in retorica, con la teoria del “multilateralismo inclusivo” e dei liberi mercati. La via della seta del resto è sempre stata quella del più economico acrilico. Fare buoni affari con la Cina è una tentazione diffusa, e su questo la Germania ha più volte sacrificato – da una posizione di leader – l’unità europea nella politica estera. Le critiche all’Italia da Parigi e Berlino al primo governo Conte, che ha cercato intese con Pechino sulla “nuova via della seta” sono ingiustificate se poi sono i grandi attori europei a giocare per primi una partita in solitaria. La cooperazione è la strada, ma non può essere invocata secondo la convenienza.

Ora però ci sono segnali diversi anche su questo. Ed è proprio Berlino a far trapelare le sue preoccupazioni, con un documento prodotto dal suo ministero degli Esteri il 21 aprile scorso. Documento che lancia l’allarme sul pericolo cinese e accusa Pechino di voler realizzare “strutture sino-centriche parallele alle istituzioni multilaterali”. Pochi giorni dopo, la Commissione europea ha proposto uno scudo di difesa dalle scalate alle imprese europee nelle aree strategiche (dalle materie prime a semiconduttori) in implicita funzione anti-cinese. 

La nostra dipendenza commerciale con la Cina si è dimostrata con drammatico clamore all’inizio della pandemia, quando era maggiormente necessario esercitare una politica sanitaria di contrasto. È stato per mesi assente sul mercato un accessorio a basso costo come la mascherina chirurgica di protezione, prodotta allora in quasi esclusiva dalla Cina, alle prese a sua volta e per prima con il coronavirus e quindi non interessata in quei mesi all’esportazione. “L’Oriente è in ascesa, l’Occidente è in declino” ha sentenziato il presidente cinese Xi Jinping. La Cina è contesa come partner dei buoni affari, ma dietro la maschera è evidente la sua presenza costante e massiccia in tutto ciò che è asset strategico e dove finora solo gli Stati Uniti l’hanno contrastata, dal porto del Portogallo proteso sull’Atlantico agli aeroporti da costruire in Danimarca. 

Quello che serve all’Europa non è una dipendenza dagli Stati Uniti per non dipendere dalla Cina. Serve la capacità di indicare la rotta, non di seguirla. Un allineamento con Washington oggi è interesse dell’Europa. Sulla Cina è ancora possibile, nonostante gli interessi particolari che minano l’unità e la forza dell’Europa. Sulla Russia Biden ha già messo in conto che l’Europa non lo affiancherà. Difficile che Washington si illuda che la richiesta alla Germania di sospendere i lavori del gasdotto costruito con la Russia possa avere un seguito. È stato poi il presidente francese Emmanuel Macron a suggerire di resettare i rapporti con Mosca. Washington stessa divide i due dossier, Mosca e Pechino, con la consapevolezza che altrimenti potrebbe rischiare di costringere i suoi due nemici a un’alleanza, per ora plausibile solo su singoli interessi, come l’esplorazione e lo sfruttamento delle risorse dell’Artico.

Ma sulla Cina c’è già una convergenza nell’Occidente, soprattutto sul campo della sicurezza tecnologica. Qui la diffidenza europea verso Pechino è la più netta scelta di campo. Sta all’Europa definire le priorità. Biden ha già fatto la sua parte, riallineandosi – dopo la presidenza Donald Trump – sull’emergenza climatica. Dove la Cina esibisce consapevolezza solo a parole ma cerca di trarre tutti i vantaggi possibili dalla buona volontà ecologica dell’Occidente. 

La neutralità non è più la strada, o almeno non lo è in questa partita. C’è stato nel marzo scorso uno scambio di sanzioni, poco più che inconsistenti, ma che evidenzia la crisi diplomatica. L’Unione europea per la prima volta negli ultimi trent’anni (bisogna andare indietro nel tempo al massacro per la protesta di Piazza Tienanmen, anno 1989) ha imposto – sia pur appunto simboliche – sanzioni alla Cina per violazione dei diritti umani (proprio il terreno di scontro suggerito da Biden). Il fatto scatenante è la repressione degli uiguri (minoranza cinese di prevalente fede musulmana). Un milione di uiguri in Cina, nella grande regione nord-occidentale dello Xinjiang, sarebbero stati internati in campi di rieducazione, lager dove sono costretti ai lavori forzati e a subire un altrettanto forzato indottrinamento. Che siano un milione, è un’ipotesi plausibile, anche se un’ipotesi. Ci sono ammissioni ufficiali, naturalmente sbiadite in un linguaggio burocratico, da Pechino, che parla di “rieducazione preventiva”. Se sono un milione, significa che è internato nei lager un decimo della popolazione uigura della regione.

La sanzione di Bruxelles – decisa formalmente dal Consiglio europeo dei ministri degli Esteri dei 27 Paesi – è un soffio, consiste appena nel proibire l’ingresso nell’Unione europea a quattro, solo quattro, dirigenti di seconda fila della provincia dove avviene l’internamento. Quattro burocrati del partito comunista, che non avevano probabilmente intenzione di andare in Europa, fossero stati anche tempi normali. E consiste anche nell’emargo su un’industria del cotone nello Xinjiang. Una singola industria, come ce ne sono tante (ma questa è la fornitrice dell’esercito cinese), quindi senza colpire l’export di Pechino, ma un singolo riferimento che produce per l’economia interna. È l’applicazione di un sistema sanzionatorio che l’Unione europea ha approvato alla fine dello scorso anno, e che prevede per soggetti internazionali due tipi di iniziative: il divieto di entrare nell’Unione europea, e il blocco dei beni (se possibile). La Cina ha risposto con le sue di sanzioni, che hanno formalmente colpito le istituzioni europee e dieci persone fisiche (tra cui 5 eurodeputati) con la scusa della “disinformazione”: sarà loro rifiutato – qualora lo richiedessero – il visto d’ingresso. Una risposta sull’ovvio schema della reciprocità, ma è la dimostrazione come Pechino abbia preso sul serio la blanda iniziativa europea. C’era il tempo in cui il Dalai Lama poteva essere accolto dai capi di Stato esteri solo dalla porta di servizio, per non offendere la suscettibilità cinese. Ora le relazioni sono tese, ma è bene che siano chiare. Il voto dell’Europarlamento sull’accordo commerciale Unione Europea-Cina, voluto da Germania e Francia alla fine dello scorso anno, diventa carta sospesa, in un clima diverso rispetto a quello di pochi mesi fa. Bruxelles avverte che la ratifica dell’intesa non può non tener conto delle ritorsioni di Pechino e, quindi, per ora non se ne parla.Il dramma degli uiguri, definito “persecuzione” da Papa Francesco, era cosa nota. L’Europa se ne era accorta, il Parlamento europeo si era già espresso, ma la crisi ora sta prendendo una piega diversa. In sintonia con Washington, che non vuol dire sudditanza, soprattutto se i Paesi dell’Europa sapranno darsi autorevolezza comune e smettere di muoversi in ordine sparso.  

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About the Author: Fabio Morabito

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