Fondi europei, la pagella della Corte dei Conti

di Giorgio De Rossi

Il 10 novembre u.s. la Corte dei Conti Europea, quale revisore esterno indipendente dell’UE, ha pubblicato la sua Relazione annuale sull’esercizio finanziario 2019. In tale documento la Corte ha espresso un giudizio positivo sull’affidabilità dei conti dell’Unione europea, certificando che la contabilità relativa all’esercizio 2019 fornisce una “immagine fedele e veritiera” della situazione finanziaria dell’Unione. Infatti, nel rapporto si evince che la Corte «effettua una revisione contabile delle entrate e delle uscite dell’Ue per controllare che i fondi Ue siano usati in modo ottimale e debitamente contabilizzati». Tuttavia, dal lato delle erogazioni da parte dei singoli Stati, l’organo di controllo, nel sottolineare come i pagamenti siano stati inficiati da troppi errori, soprattutto nella categoria delle spese ritenute “ad alto rischio”, ha formulato un giudizio negativo sulla spesa.

In particolare, sotto la lente di ingrandimento dei revisori contabili, sono ricadute le erogazioni delle risorse stanziate nei cinque Fondi strutturali di investimento europei (FESR, FSE, FC, FEASR e FEAMP), che rappresentano uno degli strumenti più importanti del bilancio europeo per consentire condizioni economiche omogenee tra i diversi Paesi dell’Unione. L’erogazione concreta delle somme stanziate nei predetti Fondi – esplicitati nell’allegata Tabella – viene effettuata, in ciascuno Stato membro dell’UE, tramite la presentazione di specifici progetti a valere su Programmi Operativi di Investimento, sia Nazionali (PON), che Regionali (POR): e qui, soprattutto per il nostro Paese, emerge il c.d. “Tallone di Achille”! Infatti, molti progetti presentati nel corso delle diverse programmazioni, non sono stati sostenuti da personale preparato in grado di affrontare le complesse procedure di gestione e di rendicontazione delle spese.
La scarsità di queste figure ha spesso fatto sì che rilevanti quote dei Fondi strutturali non venissero impegnate o fossero spese solo in parte e, troppe volte, utilizzate per progetti non ritenuti di centrale importanza a livello europeo (i cosiddetti «progetti sponda») e comunque già predisposti da tempo e giacenti nei cassetti delle Amministrazioni Centrali e Regionali dello Stato. Le Regioni che in passato hanno avuto problemi del genere sono state, in maggior misura, quelle del Mezzogiorno che hanno avuto le dotazioni più importante di fondi e nelle quali l’elemento critico era costituito dalle risorse umane. Dall’esame della Tabella del Rapporto 2019 sull’assorbimento (ossia sull’utilizzo) dei Fondi Strutturali europei da parte degli Stati membri, emerge con evidenza come, nel penultimo anno della Programmazione 2014-2020, sia stato erogato in media solo il 40% dei finanziamenti Ue: si tratta di 264 miliardi sui 640 previsti. La percentuale è più bassa del tasso medio di assorbimento del 2012 – il penultimo anno del precedente bilancio 2007-2013 – quando la percentuale di utilizzo aveva già raggiunto il 46%.

Fondi strutturali UESecondo la Corte, tutti i Paesi europei stanno assorbendo i fondi più lentamente di quanto avvenuto nel precedente ciclo di bilancio (sempre di sette anni, dal 2007 al 2013). C’è stato quindi un deterioramento della capacità dei Paesi dell’UE, sia nel predisporre i progetti, che nello spendere le risorse stanziate, in parte attribuibile alla burocrazia europea.
La Corte dei Conti UE ha pertanto certificato una generale lentezza nell’utilizzo dei fondi europei ed ha attribuito tale ritardo «all’avvio tardivo dei programmi di spesa e al tempo supplementare concesso per la dichiarazione dei costi (regola “n+3”)». Sul primo motivo di ritardo, poiché ogni Paese prepara e negozia con la Commissione europea ad inizio Programmazione un accordo di partenariato, nell’attuale periodo programmatorio gli Stati, Italia compresa, hanno concordato detto accordo solo alla fine del 2014. Sulla seconda causa di ritardo, in base alla regola “n+3”, gli Stati membri hanno tre anni di tempo per utilizzare i fondi impegnati (“prenotati”) e per dichiarare i costi sostenuti alla Commissione ed ottenere il rimborso: motivo che potrebbe aver provocato un certo rilassamento da parte delle Amministrazioni centrali e regionali.

Purtroppo l’Italia, che era già in fondo alla classifica nel precedente settennato, risulta, nel 2019, al penultimo posto davanti alla Croazia (fanalino di coda), con una percentuale di utilizzo dei finanziamenti europei fermo al 30,7%, non registrando alcun progresso rispetto al periodo 2007-2013!
La complessità delle procedure europee non è comunque sufficiente a spiegare il dato italiano sull’utilizzo dei fondi Ue, il peggiore nel 2019 insieme a quello croato. L’Italia, negli anni, ha accumulato una serie di ritardi già a cominciare dalla prima tappa procedurale, l’accordo di partenariato, che ha ottenuto l’approvazione da parte di Bruxelles solo ad ottobre 2014, perdendo così tutto il primo anno di programmazione. In aggiunta, la designazione delle Autorità di Gestione dei Programmi Operativi (nell’attuale programmazione 2014-2020 i P.O. sono 51, di cui 39 sono Programmi Regionali e 12 Programmi Nazionali) ha richiesto molto tempo e si è conclusa solo nel 2018.
Per fare qualche esempio concreto, i Programmi Operativi riguardano diversi ambiti tra i quali la sostenibilità energetica e la prevenzione del rischio idrogeologico, nonché gli interventi per lo sviluppo rurale ed agricolo, per l’istruzione e per il rafforzamento della P.A. Male anche la Spagna, con il 32,8%. In questo caso però vi è anche un pesantissimo peggioramento rispetto al 2012, quando era già riuscita a usare più del 50% dei fondi. I più virtuosi sono stati la Finlandia, l’Irlanda ed il Lussemburgo, in cui il tasso di assorbimento è risultato pari, rispettivamente, al 66,2%, 60,6% e 57%. In leggero miglioramento, rispetto al 2012, anche la Francia, che ha speso il 44,8% dei fondi di Sviluppo e Investimento.

La Germania, invece, rimane al di sopra della media Ue con il 41,1%, ma nel 2012 aveva fatto decisamente meglio, avendo superato il 50% delle risorse utilizzate. Tornando al nostro Paese, nel 2020 si è registrato un positivo cambio di passo. Ad oggi, la spesa dei finanziamenti europei è salita al 40 per cento. Questo si deve essenzialmente alla riprogrammazione di una parte delle somme che sono state dirottate sull’emergenza sanitaria ed economica, nell’ambito del progetto Coronavirus “Response Initiative Investment”. L’Italia, dunque, si prepara ad affrontare una sfida complessa dovendo gestire risorse europee appartenenti a tre differenti regimi di spesa: per l’attuale Bilancio comunitario 2014- 2020, restano ancora da erogare 42 miliardi di euro di fondi per la coesione ed avremo tempo fino al 2023 per raggiungere le finalità dei Programmi Operativi; in vista del Recovery Fund avremo risorse per circa 210 miliardi di euro da spendere in modo veloce e soprattutto efficiente; infine, dal 1° gennaio 2021, dovremo presentare le nostre proposte per il prossimo Bilancio europeo per il settennio 2021/2027.

Una situazione che dovrà necessariamente comportare un’accelerazione nei meccanismi di spesa se si vorrà ottenere un rilancio concreto e duraturo della nostra economia. Volendo mutuare per l’Italia le parole del Sommo Poeta possiamo concludere che: “qui si parrà la tua nobilitate”.

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