Paesi Bassi e colpi bassi, storia di una diffidenza

di Monica Frida

La diffidenza diplomatica tra l’Italia e Paesi Bassi, ritornata d’attualità nel braccio di ferro sulla trattativa di metà luglio per i Recovery Fund, è una storia che ha accompagnato quella dell’Unione europea quando ancora si chiamava Cee, Comunità economica europea. Nell’anno della fondazione, anno 1957, la Cee era composta da appena sei Paesi: Italia, Francia, Germania ma solo in parte (quella Occidentale), e il trittico del Benelux, già uniti da un trattato di cooperazione: Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi, che abbiamo sempre chiamato Olanda come la sua regio- ne più rappresentativa. Si racconta, e Paolo Valentino sul Corriere della Sera lo ha ricordato, che ci fosse una sorta di norma di comportamento chiamata “legge del Fracassi” (così si chiamava un diplomatico del Regno) e attribuita però a Guglielmo Folchi, diplomatico di stanza a Bruxelles proprio presso la neonata Cee. Folchi istruiva i giovani diplomatici italiani, inesperti e spaesati, suggerendo che se non si avevano istruzioni su qua- li decisioni prendere, si applicava la “legge del Fracassi: nel dubbio, in c… ai Paesi Bassi”. In sostanza, se non si sapeva cosa fare e dire, si ascoltava il rappresentante olandese e poi si sosteneva l’esatto contrario.
Non c’è forse miglior sintesi di una diffidenza – più che un’inimicizia – che ha seguito la crescita dell’Europa uni- ta, e che puntualmente è occasione di scontro. Quando la Gran Bretagna decise di uscire dall’Unione europea
Il premier dei Paesi Bassi Mark Rutte
c’era da assegnare la nuova sede (la precedente era Londra) dell’Agenzia europea del farmaco. I due contendenti superstiti sono stati Milano e Amsterdam, con Paolo Gentiloni, allora a Palazzo Chigi, che era forse il primo a non essere convinto di una nostra possibile vittoria. Probabilmente non ci si mosse con caparbie- tà dentro le quinte e quello fu il vero errore. Le due città candidate arrivarono alla pari, e a decidere il vincitore (Amsterdam) è stato fu un sorprendente (ma previsto dai regolamenti)
sorteggio. Solo a questo punto Roma si è mobilitata, accusando i rivali di aver barato sulla sede, che non era ancora pronta (mentre Milano aveva il grattacielo Pirelli a disposizione) e di aver dovuto ripiegare per due anni su una soluzione temporanea. Ma l’irregolarità non c’era, la previsione di una soluzione temporanea era nel dossier della candidatura, e Roma ha perso il suo ricorso.
Fatto è che Giuseppe Conte ha dato prova di caparbietà e con pazienza ha cercato di tessere una rete di consensi sulla posizione italiana alla vigilia dell’ultimo vertice di Bruxelles. Brilla in questo senso una dichiarazione del premier ungherese Viktor Orban, che due giorni prima dell’accordo sintetizzò: “C’è una disputa tra Olanda e Italia e quello che preoccupa l’Ungheria è stare dalla parte degli italiani”.
Mark Rutte, il premier olandese, non si è dato peso di apparire antipatico al resto dell’Europa. Ha ceduto, o ha dato la sensazione di cedere, ma nel frattempo ha portato all’incasso un’aumento di un terzo degli “sconti” che i Paesi Bassi già avevano sui contributi da versare all’Unione. Un risparmio arrivato a quasi due mi- liardi di euro l’anno, nei 7 anni del Bilancio sono 14 miliardi. Questi sì, soldi regalati. In agenda c’era che questi “sconti” sarebbero stati aboliti (erano un retaggio conseguente a un trattamento di favore che aveva con- trattato e ottenuto la Gran Bretagna, che però dall’Europa è in uscita). In- vece, per i Paesi Bassi sono aumenta-
ti. Un risultato ottimo da spendere in Patria per Rutte che sempre è stato giustificato con la necessità di arginare i sovranisti locali (e il prossimo anno ci sono le elezioni politiche nei Paesi Bassi).
Naturalmente, se l’immagine dei Paesi Bassi non è stata premiata da questa lunga trattativa, non si può dire che abbia giovato all’Italia l’imprudenza di dichiarazioni dal governo sul taglio delle tasse, riecheggiate inevitabilmente sui media olandesi, avvalorando l’idea di un’Italia spre- cona e privilegiata (e anche questo non è vero: mediamente un cittadino italiano paga 920 euro di tasse in più all’anno rispetto a un cittadino dei Paesi Bassi). Se diminuire la pressione fiscale sul costo del lavoro può essere un’idea virtuosa, non lo è gridare un generico “riduciamo le tasse”, principio che non sembra adatto a chi è affogato dal debito pubblico. Le incomprensioni sono tante, e a volte sono proprio incomprensioni. C’è un ruolo “sommerso” in Commissione di due olandesi, che sono Gert Jan Koopman, a capo della Direzione bilancio, e e Maarten Verwey, a capo della Direzione economia. Lo fa nota- re David Carretta su Il Foglio: il primo ha aiutato Paolo Gentiloni ad ottenere la sospensione del Patto di stabilità, e ha proposto di lasciare i fondi Ue non utilizzati ai Paesi assegnatari (dove l’Italia ahimè primeggia); il se- condo è stato il primo assistente del presidente del Consiglio europeo Charles Michel per mediare un’intesa.