I sei mesi dell’Europa tedesca

di Fabio Morabito

Frau Angela. Signora Angela. Angela è Angela Dorothea Merkel, la Cancelliera tedesca, 65 anni, la veterana della politica di vertice in Occidente. Dal 2005 è la figura politica più potente della Germania, alla guida di una coalizione tra il suo partito Cristiano-democratico e quello socialdemocratico. Dal gennaio del 2007 per sei mesi era stata presidente di turno del Consiglio europeo. Per l’Italia alla guida del governo c’era Romano Prodi. Per la Francia si avvicendarono Jacques Chirac e Nicolas Sarkozy come Presidenti. Per la Gran Bretagna il premier era Tony Blair. Ora non c’è neppure la Gran Bretagna nell’Unione.
Ad Angela tocca ancora una volta, da questo primo di luglio, la presidenza di turno del Consiglio europeo. In condizioni completamente diverse dal 2007. Tra le priorità 13 anni fa fu indicata l’emergenza ambientale. E quella è rimasta un’emergenza, solo più drammatica, ma non per colpa di chi almeno ne aveva già capito la portata. In agenda poi c’era il Trattato di Lisbona, sottoscritto a dicembre e entrato in vigore due anni dopo, che ha cambiato gli assetti, ridefiniti i poteri. Come avrebbe fatto la Costituzione europea che venne bocciata dai referendum in Francia e Paesi Bassi, e il cui testo venne recepito per la quasi totalità nel nuovo Trattato.
Questo sancì l’istituzione di un Presidente del Consiglio europeo con una figura eletta dagli stessi Capi di Stato e di governo (a maggioranza qualificata) per due anni e mezzo (rinnovabili). Ora alla guida c’è il belga Charles Michel. Il suo compito è indicato in modo sufficientemente vago: presiede e anima il Consiglio europeo, si coordina con il Presidente della Commissione (la tedesca Ursula von der Leyen). Inevitabilmente, la presidenza semestrale ha perso competenze. Era prevista già dai Trattati di Roma del 1957, ma allora i Paesi aderenti di quella che si chiamava Comunità economica europea erano sei. O addirittura – visto con un altro approccio – tre grandi Paesi (Italia, Francia e Germania federale) più il Benelux (Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo). Ora gli Stati aderenti sono 27. E la presidenza semestrale è un’attività di coordinamento e poco più. L’interlocutore è Charles Michel, per tutti. Ma in questi sei mesi, quelli della strategia di ripresa economica dopo la drammatica frenata dovuta all’emergenza coronavirus, la presenza di Angela Merkel difficilmente sarà relegata a un ruolo notarile così come prevederebbe l’attuale impostazione dei lavori comuni.
Mai come in questa occasione l’Unione europea è all’insegna della guida tedesca. Lo dicono i fatti, per la straordinaria leadership di Frau Angela. Lo dicono i nomi. Alla guida della Commissione europea c’è Ursula von der Leyen. Un’altra donna. Anche lei tedesca. In politica, la miglior amica della Cancelliera, di quattro anni più giovane. Prima di dimettersi per accettare l’incarico a Bruxelles, era ministro della Difesa. Ed è stata l’unica sempre presente nel Consiglio dei ministri guidati da Angela Merkel: prima guidando il dicastero della Famiglia, poi quello del Lavoro, poi alla Difesa.
La regia del piano di rilancio, che si discuterà a luglio, trova l’avversione dei cosiddetti “paesi frugali” (Paesi Bassi e Austria più di tutti) che invocano l’austerità pretendendo che ogni finanziamento sia concesso come prestito al singolo Paese beneficiario, ma contemporaneamente trattano la conferma di condizioni favorevoli nella contribuzione alle casse comuni dell’Unione.
Angela Merkel ha costruito il piano con Emmanuel Macron, il presidente francese, in una conduzione a due che non deve offendere l’Italia, l’altro grande Paese fondatore. È infatti meglio, in questa fase, che non sia stata Roma – destinataria della più pesante quota di fondi che sarà distribuita – a “firmare” la proposta invisa dai piccoli “frugali”. In questa situazione il ruolo di mediatrice affidato ad Angela Merkel può venire incontro – su margini che però sono stretti – alle aspettative italiane. È sicuramente la partita più difficile di un semestre europeo che potrebbe essere l’occasione per una crescita di autorevolezza del soggetto politico Europa.
Angela Merkel non dà segni di rilassatezza nonostante da tempo si sia posta un limite: lasciare la vita politica alle prossime elezioni tedesche, nel 2021. Decisione già preceduta da un passo indietro nella guida del partito, ma con uno scenario che non era previsto un paio d’anni fa quando l’erosione dei consensi era costante. I sondaggi più recenti danno i cristianodemocratici (Cdu) a un eccellente 37% della preferenza di voto. Il potere non ha logorato Angela Merkel, ma semmai i suoi alleati socialdemocratici scesi al 15% dei consensi, come i Verdi (in crescita). Se questo quadro restasse invariato, la Cdu l’anno prossimo potrebbe scegliere l’alleato con cui governare. Ovvio che in Germania molti spingano per un “ripensamento” di Angela Merkel. Ma lei è solo concentrata sui prossimi impegni, che vuole rendere decisivi. In agenda per questo semestre c’è la Conferenza sul futuro dell’Europa. L’obiettivo è di rendere l’Unione soggetto indipendente dalle altre grandi potenze. In questo senso va il piano della sovranità digitale, già avviato d’intesa con la Francia. La novità poi, dettata dall’emergenza sanitaria, sarà la sovranità europea nella Salute.
Non è possibile che – come è avvenuto in questi mesi con il coronavirus – non ci sia in Europa una disponibilità sufficiente non solo di respiratori ma anche di modestissime mascherine protettive. La dipendenza dalla Cina è stata surreale, e peraltro ostacolata dalle esigenze interne di quel grande Paese, che ha dovuto affrontare per primo la pandemia. Non solo questo. Le premesse sono di un semestre ambizioso. Vedremo se Angela Merkel saprà sfuggire alla palude dei piccoli interessi o se saprà tracciare l’Europa del riscatto.