Il jolly Draghi

Così l’Italia in politica estera potrà avere un ruolo da leader

di Fabio Morabito

Spesso l’eccesso di semplificazione, nell’informazione di oggi affidata ai titoli ad effetto, ai social, ai messaggi sincopati, rischia di non cogliere la sostanza delle cose ma solo l’apparenza. Ma altre volte funziona. E se si dicesse che, con Mario Draghi primo ministro, l’Italia in politica estera si sta giocando il jolly, si coglierebbe in poche parole il cambiamento che potrebbe aiutare Roma a ritrovare rapidamente un ruolo da protagonista. Non solo in Europa ma in prima fila nella diplomazia mondiale. Sì, l’Italia si sta giocando il jolly: perché Draghi si muove nel mondo della politica internazionale come un salotto da sempre vissuto senza che la lunga esperienza (otto anni) di presidenza alla Banca centrale europea ne abbiano scalfito la credibilità, anzi. Sono questi otto anni che ne hanno costruito il prestigio perché prima di allora, anche in Patria, molti lo avversavano, anche tra i media che ora lo descrivono come il taumaturgo che tutto può. Una credibilità sorretta da tutte le conoscenze che contano nel palcoscenico politico, e da tutte le conoscenze coltivate nel mondo economico e finanziario, e anche dietro le quinte, tra i “suggeritori” dei grandi del mondo. Anche chi non conosce i giochi di carte, sa che il jolly è la carta che può cambiare le cose. La carta vincente, anche se non è detto che sia la carta vincitrice. Come andrà a finire è tutto da vedere, ma l’occasione in mano all’Italia potrebbe essere utile a tutta l’Europa. E anche agli Stati Uniti, che guardano certo con interesse a questo colpo di scena ai vertici della politica italiana.

Mario Draghi è troppo rispettato e conosciuto per non essere visto come la sponda più credibile a cui affidarsi per confrontarsi con l’Unione. Un colpo di scena reso tale dagli avvicendamenti nella legislatura in corso, dove si è passati – senza che ci sia stato nel frattempo un rinnovo del Parlamento – dall’alleanza dei due più forti poli anti-Euro, Il Movimento Cinque Stelle e la Lega, che avevano anche ipotizzato l’uscita dalla moneta unica, a un governo guidato dall’uomo la cui firma fa ancora bella vista sulle banconote che abbiamo in tasca.

Il passaggio è stato meno repentino di quanto possa sembrare all’estero, e non solo per l’anello di congiunzione con il governo Cinque Stelle- Pd (peraltro guidato da Giuseppe Conte, lo stesso primo ministro dell’esecutivo precedente; e anche questo è un percorso originale). In realtà Lega e Cinque Stelle sono due partiti “liquidi”, di forte capacità d’adattamento, dove le intemerate contro l’Euro si erano già stemperate negli ultimi anni, anche se poi c’è stato sempre qualche deputato o senatore che si è fatto carico di prefigurare scenari estremi. Detto questo, il nuovo esecutivo è partito in condizioni di forza, ma non è privo di fragilità. È partito con un sostegno pieno in Parlamento, un entusiasmo diffuso, un consenso nei sondaggi oltre il 60% che però è inferiore al seguito elettorale dei partiti che hanno votato la fiducia. E le prime polemiche sono affiorate subito. Il 24 febbraio, il giorno della scelta dei sottosegretari tra i nomi proposti dai partiti, il Consiglio dei ministri è stato interrotto per tre quarti d’ora prima che si trovasse un accordo. Il principale limite di questo esecutivo è nella sua durata. Al massimo fino a fine legislatura, cioè due anni circa, con il voto per il Quirinale lungo la strada. Due anni già sarebbero un tempo superiore alla media dei governi italiani, ma l’attuale situazione è per sua natura temporanea, di carattere eccezionale, quindi non consente una prospettiva di continuità. Quello che c’è da fare occorre farlo subito, e non è solo – e non sarebbe poco – un piano economico per utilizzare al meglio le risorse europee. La grande occasione per l’Italia – consegnata in mano a Draghi – è la coincidenza di alcune circostanze irripetibili, che danno all’Italia la possibilità di un ruolo da protagonista in politica estera.

La prima circostanza è la presidenza – assegnata all’Italia per la prima volta – del G20, il focus delle prime venti potenze mondiali. Una presidenza operativa: è l’Italia a scrivere l’agenda. Questo avviene in contemporanea con la presidenza britannica del G7, e consente all’Italia un rapporto privilegiato con Londra proprio nel momento delle sue relazioni più burrascose con Bruxelles. Boris Johnson ha bisogno di una sponda, e non la cerca con Parigi o Berlino con cui è ora in scontro permanente. Una sponda autorevole. Per altro, è proprio la fresca e non ancora metabolizzata uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea a renderete possibile un riequilibrio di forze nei Ventisette. Dove Roma, condannata negli ultimi tempi a comprimaria, può ridisegnare il suo ruolo.

Un’altra circostanza è legata ai destini di Angela Merkel e Emmanuel Macron. La cancelliera tedesca è alla fine dei suoi quindici anni di potere, e se non ci sarà quello che sarebbe un clamoroso ripensamento, passerà la mano con le elezioni di quest’anno. La Germania vivrà una stagione di passaggio, e quindi di presumibile minor forza. Il presidente francese invece dovrà affrontare l’anno prossimo le elezioni: nonostante sia stato il più attivo in politica estera, dovrà necessariamente concentrarsi sulla politica interna, dove si gioca il suo consenso. Anche lui quest’anno potrebbe essere un leader più debole. La Merkel, benché Draghi non fosse il suo candidato all’epoca della Bce (avrebbe preferito – non è una rivelazione! – un tedesco) e nonostante contrasti passati, mostra una sincera ammirazione per come lui ha gestito la tenuta della moneta unica. In Francia invece si discute se Macron sia – al di là delle dichiarazioni ufficiali – contento o no di avere a che fare Draghi. Entrambi hanno una formazione da banchiere, ma l’italiano con molta e più prestigiosa esperienza nel campo. Macron non sarebbe contento, forse per gelosia politica. Oppure sarebbe contento – come si sostiene al contrario – per evidente ammirazione, o magari perché l’avvento di Draghi gli consentirebbe di affrancarsi dalla dipendenza da Berlino. Una dipendenza voluta, cercata, non inaugurata da lui (Silvio Berlusconi definiva Nicolas Sarkozy il “reggicoda” della Merkel). Ma una dipendenza non sempre comoda. E negli ultimi tempi si sono radicalizzate alcune diverse visioni, come sulla Nato. Macron spinge sull’autonomia europea nella Difesa, anche perché spera di condividere i costi della custodia dell’arsenale nucleare: con la Brexit, la Francia è rimasto l’unico Paese dell’Unione ad avere la bomba atomica. La Germania invece è più atlantista, e ora il nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha annullato la decisione del suo predecessore Donald Trump di ridimensionare la presenza militare in territorio tedesco. La soluzione migliore è forse un’autonomia in crescita graduale in sinergia con la Nato: e chi, meglio dell’Italia, potrebbe suggerirla? Poi Parigi si mostra più diffidente con la Cina, mentre Berlino – che quest’ultimo anno ha aumentato a livelli da primato le sue esportazioni in Cina – spinge per una neutralità rispetto al braccio di ferro tra Washington e Pechino. Joe Biden, così come faceva Obama, non vuole un’Europa fatta a pezzi (che era poi l’idea di Trump) ma vuole un interlocutore che affianchi gli Stati Uniti nella sua contrapposizione a Pechino e Mosca.

Il terreno comune dove un’intesa efficace è possibile sono i diritti umani. Anche se gli Stati Uniti non sono maestri in materia e la vicenda del carcere di Guantanamo, che non è stato chiuso dopo quasi vent’anni, lo dimostra. E anche se nell’avversione alla Cina è prevalente l’interesse di restare la prima economia mondiale. Ma Stati Uniti ed Europa sono uniti da cultura e valori comuni, e su questa base c’è la possibilità di un’intesa dove l’identità europea sia prevalente. E poi l’aggressività economica cinese non è un problema secondario per gli interessi dei lavoratori europei. In questo campo l’Italia potrebbe essere il tratto d’unione. Gli Stati Uniti premeranno sull’Unione europea per convincerla a un passo comune. Nella prima riunione del G7, a cui Draghi ha partecipato, ed era appena il giorno dopo aver incassato la fiducia, si è già avuta la sensazione della concretezza di Biden, e come con Roma ci possa essere un rapporto diverso che in passato. Il Segretario di Stato Usa Antony Blinken è nel frattempo intervenuto in videoconferenza al vertice di Bruxelles del 22 febbraio con i ministri degli Esteri – riuniti in presenza – dell’Unione. E sempre in videoconferenza si è confrontato, in un’altra occasione, con i ministri degli Esteri di Germania, Francia e Gran Bretagna. L’Italia non è stata invitata, ma questo non ne mortifica il ruolo futuro. E il titolare della Farnesina Luigi Di Maio non è il riferimento adeguato, confermato evidentemente in quel ruolo dalla necessità di blindare il sostegno dei Cinque Stelle al governo.

Resta il fatto che le convergenze tra Roma e Washington ci sono. Che non significano – come troppo spesso è stato in passato – sudditanza. Se Roma riuscisse a mediare, potrebbe imporre una linea – proprio se il terreno formale del confronto è quello dei diritti umani – che è più europea che americana. Poi ci sono situazioni apparentemente inconciliabili tra Europa e Stati Uniti come la questione delle piattaforme digitali, e il contrasto inevitabile tra l’Europa e gli interessi dei cosiddetti “giganti del web”, che dovranno trovare una soluzione. E una soluzione si può trovare proprio nel rassicurare gli Stati Uniti che non si farà asse con gli interessi cinesi. Al G7 in videoconferenza (la riunione in presenza si terrà a giugno) si è parlato prevalentemente, come era inevitabile, della gestione dei vaccini al covid. Ma Draghi ha inserito il discorso contingente in un contesto complessivo: la salute – ha detto – va considerata “un bene pubblico globale”, disciplinato con regole trasparenti e condivise, e la tutela della biodiversità e l’attenzione ai cambiamenti climatici sono linee essenziali per scongiurare i rischi di una nuova pandemia. Biden ha confermato che si è riaperta la diplomazia del multilateralismo, dopo la parentesi di Trump e il suo “prima l’America”.

Come ha detto ancora meglio, lo stesso giorno, al vertice sulla sicurezza di Monaco, anche qui in formato digitale. “L’alleanza transatlantica è tornata. È la pietra angolare di tutto ciò che speriamo di realizzare”, è il proclama di Biden, che sulla Cina avverte: “Dobbiamo prepararci per una dura competizione strategica di lungo termine”. Sulla Russia il problema è diverso, ammette Biden, che però mantiene alti i toni: “Mosca attacca le nostre democrazie e usa la corruzione come arma”. Draghi ha già indicato, presentandosi alle Camere per il voto di fiducia, una linea precisa in politica estera. Europeista, atlantista, che si riconosce nelle Nazioni Unite. Nel discorso al Senato il riferimento alla Cina è molto – forse troppo – cauto, anche se non avrebbe senso urtare inutilmente la suscettibilità di Pechino. La premessa è stata che l’Italia seguirà con attenzione ciò che sta accadendo nei Paesi dove i diritti dei cittadini sono violati. Aggiungendo poi: “Seguiamo anche con preoccupazione l’aumento delle tensioni in Asia intorno alla Cina”.

È ambizioso lo sguardo del nuovo inquilino di Palazzo Chigi verso l’Europa, che va dal “rapporto strategico” da rendere strutturale con Francia e Germania, all’indicazione “delle aree di naturale interesse prioritario, come i Balcani, il Mediterraneo allargato, con particolare attenzione alla Libia e al Mediterraneo orientale, e all’Africa”, fino a proporsi da mediatore tra la Turchia, alleato nella Nato, e l’Europa. Draghi, cosciente di avere la forza di dare messaggi precisi a Bruxelles, ha ritenuto di ribadire che l’adesione alla moneta unica è irreversibile.

In Italia è stato inevitabile stuzzicare su questa affermazione il capo della Lega Matteo Salvini, il quale è svicolato con una battuta, in equilibrio tra le posizioni del passato e l’approccio attuale: “Solo la morte è irreversibile”. In realtà tutti in Italia sono consapevoli come l’uscita dalla moneta unica sia un argomento privo di attualità. Ma la prospettiva di una strategia più complessa e costruttiva va molto oltre. Ed è – appunto – un’opportunità da non perdere. Negli ultimi anni, anche troppi anni, in politica estera si è vissuto alla giornata, con una diplomazia di ammiccamenti più che di decisioni nette, con Roma che si è mantenuta subalterna a Washington senza riuscire a farsi considerare affidabile. La sintonia tra Casa Bianca e Palazzo Chigi, che pare evidente in questo momento, non è affatto un’identificazione. Con la Russia, ad esempio, Draghi è convinto della necessità di un approccio che non sia conflittuale. Il passaggio usato, parlando al Senato, è pesato al bilancino: “L’Italia si adopererà per alimentare meccanismi di dialogo con la Federazione russa”. In quei “meccanismi” c’è uno spazio di creatività che la diplomazia italiana potrebbe riempire egregiamente. La strada è un’alleanza alta, non mortificante, con il nuovo corso degli Stati Uniti guidati dal più esperto politico del mondo, che ha cominciato la carriera da giovane, e alla soglia degli ottant’anni – con otto da vicepresidente accanto a Barack Obama – è arrivato al posto di potere atteso da una vita.

Si può andare d’accordo con gli Stati Uniti – in un’intesa virtuosa – anche scegliendo la rotta. E di questo, più che l’Italia, se ne deve rendere conto la vecchia Europa.

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