Sotto il segno dell’Europa

di Fabio Morabito

Il primo errore che si potrebbe fare parlando di Mario Draghi è confinarlo nella definizione di “tecnico” per sottolineare la differenza con un governo di guida politica. Draghi tecnico lo è per la lunga esperienza ai vertici della Banca d’Italia prima e della Banca centrale europea, dopo; ma questi sono incarichi di fatto anche “politici”. E Draghi è soprattutto un politico per vocazione, e un atteggiamento da politico lo ha avuto anche prima che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli affidasse l’incarico di formare il nuovo governo dopo le dimissioni di Giuseppe Conte. Perché parlava con i leader di partito, li riceveva seguendo una linea – lo stare dietro le quinte – che potrebbe essere uno dei motivi della sua empatia con Giancarlo Giorgetti, che ha guidato la svolta della Lega verso posizioni più euro-morbide.

La cerimonia della consegna della campanella

Draghi è anche il politico italiano più autorevole all’estero e soprattutto in Europa. Conosce bene i leader mondiali. Giuseppe Conte, che gli ha passato il testimone, era un tecnico nel senso pieno del termine, perché prima di entrare a Palazzo Chigi politica non ne aveva mai fatta, anche se ha dimostrato di saper imparare in fretta. Che non siano parlamentari né l’uno né l’altro fa parte di quella anomalia italiana che ha visto più volte primo ministro chi non era stato eletto né alla Camera né al Senato. Mario Monti era senatore, ma non eletto, bensì di nomina presidenziale; un passaggio – alla vigilia dell’incarico – che venne considerato propedeutico per fargli guidare il governo delle riforme che nessuno voleva fare. Non era parlamentare il più giovane primo ministro della Repubblica (39 anni), Matteo Renzi, che però di politica se ne occupava già da tempo: all’epoca era sindaco di Firenze, oltre che segretario del Pd. Anche se poi il precedente che viene accostato di più a Draghi è quello di Carlo Azeglio Ciampi, primo ministro dopo essere stato governatore della Banca d’Italia, laboratorio di predestinati alla politica: il nuovo ministro dell’Economia è Daniele Franco, che in Banca d’Italia è stato direttore generale.

Il nome di Draghi si faceva da tempo, come possibilità, anche se alcuni osservatori escludevano che avrebbe mai accettato di diventare primo ministro. Veniva invece indicato come il candidato più accreditato alla Presidenza della Repubblica, per quando scadrà il mandato (tra un anno) di Sergio Mattarella. Naturalmente, lui non ne parlava. Ed è riuscito abilmente a non parlarne. Ma la sua storia, da protagonista delle cose, da uomo che prende le decisioni e non si limita a ratificarle, fanno pensare che la sua ambizione segreta fosse proprio quella che poi si è avverata: diventare capo del governo. Ha tradito l’emozione nei primi passaggi pubblici da primo ministro incaricato, e anche dopo: ma era un’incrinatura nella voce, una pausa, solo indizi. Ma quando, nella cerimonia di ingresso a Palazzo Chigi, camminando sul tappeto rosso non si è fermato ad omaggiare il tricolore, l’inciampo è stato invece vistoso. Ma con benevolenza i grandi media hanno sorvolato.

Più che benevolenza, in realtà, c’è stato proprio entusiasmo nella stampa: un’accoglienza a cui hanno fatto eco i primi sondaggi, un gradimento che gli ha attribuito subito il ruolo di salvatore della Patria. Ruolo però scomodo, perché questi tempi bruciano in fretta i leader. Draghi ha molto in mano per non sbagliare. A differenza di Monti, che doveva “tagliare”, il nuovo premier deve soprattutto gestire la ricchezza straordinaria del piano europeo deciso dalla Ue, e sono 209 miliardi di euro solo per l’Italia. Ma dovrà gestirli facendo in fretta. Riscriverà il Recovery Plan del governo precedente, accompagnandolo a quelle riforme invocate da Bruxelles che i politici espressione di partiti hanno ignorato nel tempo. Riforme sulla giustizia civile, sulla pubblica amministrazione, di sostegno all’occupazione. Il consenso dei partiti al nuovo esecutivo è quasi unanime, con divisioni importanti nel Movimento Cinque stelle. I “grillini” fino a poco tempo fa vedevano Draghi come l’espressione del potere finanziario, l’uomo che è stato vicepresidente della banca d’affari americana Goldman Sachs. Ora però i “capi” del movimento si sono schierati per sostenerlo, a cominciare dal loro “garante” Beppe Grillo. Convinti anche dall’impostazione verde e dal ministero della Transizione ecologica che il premier incaricato ha fatto annunciare dal Wwf dopo l’incontro con le associazioni ambientaliste, consultate come non succedeva dal 2013 (incarico a Pierluigi Bersani, Pd, poi fallito). Non lo sostengono i Fratelli d’Italia che restano fuori, con la loro leader Giorgia Meloni che rivendica coerenza ma sembra quasi giustificarsi: “Un’opposizione serve”, dice, e ha ragione.

Che il nuovo premier piacesse anche in Europa, poi, era scontato. I commenti sono stati quasi euforici. “Gli auguro ogni bene, Italia e Germania collaborano per un’Europa forte e unita” è il saluto della cancelliera tedesca Angela Merkel. “Italia e Francia hanno tanto da fare per costruire un’Europa più forte” ha commentato soddisfatto il presidente francese Emmanuel Macron. “Una risorsa straordinaria per l’Italia e per l’Europa” lo ha definito Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione europea.

Sono gli effetti delle credenziali formidabili del nuovo premier. Anche chi lo avversava in Germania ritiene che da Presidente della Banca centrale europea abbia salvato l’euro. È lo stesso Mario Draghi che si laureò nel 1970 con Federico Caffè con una tesi proprio sulla moneta unica. In quella tesi il giovane Draghi arrivava a una conclusione che letta oggi può sorprendere, e cioè che la moneta unica fosse una follia, qualcosa assolutamente da non fare.

Draghi, ora, ha subito sintetizzato in europea ed atlantista la politica estera italiana che sarà. Una bussola semplice e inevitabile visto il cambio alla Casa Bianca, con il nuovo presidente Joe Biden che avrà più attenzione all’Europa come interlocutore. Un’appartenenza all’Europa che dovrebbe avvenire da protagonista se Draghi farà onore alla sua riconosciuta autorevolezza. Facilitato, anche qui, da un’altra occasione, che è la presidenza all’Italia – per la prima volta – del G20, il forum delle grandi economie del mondo. Una bussola che dovrà avere un’attenzione particolare all’area del Mediterraneo, dove il prestigio italiano si è molto sbiadito, e dove si ridistribuiscono interessi importanti, come in Libia. È un governo che nasce con il sostegno dell’Europa, sotto il segno dell’Europa, ma non è – guardando alle premesse – al guinzaglio di Bruxelles. Anzi, la partita in questi mesi si giocherà tutta a Roma. Quando Conte accettò l’incarico di formare il suo secondo governo, nell’estate del 2019, in nove minuti di discorso alla stampa citò l’Europa cinque volte. Quando Draghi è uscito dal primo incontro con Mattarella, ha parlato per due soli minuti e ha citato l’Europa una volta sola. E quella sola volta è stata in riferimento ai finanziamenti stabiliti per l’Italia. Pensando quindi all’urgenza delle scelte da fare a Roma. Del resto questa è la priorità, spendere bene i soldi del rilancio. Una priorità dettata dai tempi stretti e dalla necessità immediata. I piani nazionali devono essere consegnati a Bruxelles entro il 30 aprile. Anche per questo le elezioni anticipate non erano proponibili. Bruxelles avrà poi due mesi per decidere se autorizzare la prima “rata” dei finanziamenti, che vale il 13% degli stanziamenti. Questo passaggio ora non sembra più avere rischi, ma non sarà solo sulla fiducia. Non tutto sarà indolore per un’economia provata da un debito pubblico che supera i 2.580 miliardi di euro.

Tutte queste circostanze, in un’Unione europea che deve metabolizzare l’uscita della Gran Bretagna, rendono significativa e opportuna la scelta di affidare il governo a Draghi. Se la politica europea brinda al nuovo premier, la stampa del continente – pur non avendo dubbi sulla caratura del personaggio – sottolinea come non sia un bene per la democrazia la scelta di un non-parlamentare alla guida del governo. Lo scrivono ad esempio, con sfumature diverse, lo spagnolo El Pais, il portoghese Diario de Noticias, il britannico The Guardian.

Ma è davvero così? In Italia c’è una crisi dei partiti, che però non è tanto diversa da quella di altri Paesi; ma una democrazia non è debole se alla fine riesce a trovare una soluzione che è condivisa dal Parlamento. La cancelliera Angela Merkel deve la sua lunga permanenza alla guida della Germania (oltre quindici anni ininterrottamente) da quella che all’inizio sembrava una forzatura, e cioè l’accordo di governo tra cristiano- democratici e socialdemocratici, i due partiti più forti e naturalmente contrapposti. L’Italia, poi, paga pegno per una classe politica improvvisata, senza più scuole di partito strutturate, meno che mai una “Scuola nazionale di amministrazione” come quella francese, dove si è formato Macron, e prima di lui altri presidenti: Valéry Giscard d’Estaing, Jacques Chirac e François Hollande. Draghi non è la soluzione. È l’uomo che la soluzione dovrà trovarla. Non dipende tutto solo da lui, ma sarà lui il responsabile di come l’Italia reagirà a questa crisi inedita e drammatica. Lui il responsabile, anche, del ruolo che Roma avrà in Europa. Da protagonista, come speriamo tutti, come è utile – forse necessario – alla stessa Europa.

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