Autunno scomodo

Promesse elettorali addio. Comanda l’Europa, manovra di tagli e sacrifici.

L’estate sta finendo. E con il ritorno dalle vacanze si avvicina quello che i giornali hanno già chiamato “autunno caldo”, prevedendo la mobilitazione dei sindacati (il 7 ottobre manifestazione nazionale della Cgil a Roma) e le proteste per l’abolizione del reddito di cittadinanza. Ma sarà soprattutto un autunno scomodo per il governo, al primo vero test con i conti pubblici. Finora le cose sono state facilitate dalla coda degli effetti dell’esecutivo precedente, compreso un rimbalzo di un’economia solitamente problematica. Perfino l’inflazione ha dato una mano, deprezzando le pensioni (rivalutate solo in piccola parte) e riabilitando i rimborsi dei titoli di Stato venduti a basso interesse. Ma in vista della manovra di bilancio Palazzo Chigi dovrà ammettere di non essere in grado di mantenere la lunga stagione delle promesse, per evitare una crisi con Bruxelles. L’esame è sempre in Europa. Tagliare le tasse per far guadagnare di più i lavoratori? Non è servito neanche a compensare gli effetti dell’inflazione sulla busta paga, ma solo a ridurre il gettito delle entrate per lo Stato. Legge Fornero da abolire? Tutto rimandato, non ci sono i fondi, al massimo si confermerà quota 103, con qualche ritocco per categorie di lavoratori, ma circostanziato. Autonomia differenziata? Solo per dare qualcosa da fare al leghista Roberto Calderoli, ma non se ne fa nulla. E molti, nella stessa maggioranza, pensano: meno male… Costa troppo. Il Ponte sullo Stretto di Messina?

Costo dell’operazione 13,5 miliardi, non sono previsti dal Pnrr e in cassa fondi non ci sono. Andrà come già in passato, si pagano studi di fattibilità (finora sono stati sprecati 300 milioni) ma non si metterà mano neanche al dissestato sistema di trasporti in Sicilia. Flat tax? Qui di “piatto” c’è solo il piatto che piange. Chi ha a mente la campagna elettorale, ricorderà che a un certo punto Forza Italia e Lega hanno fatto a gara a chi abbassava di più la percentuale tassabile dei redditi. Ora è accantonata. I Fratelli d’Italia, almeno, su questa promessa non si sono esposti. Concentrandosi sul presidenzialismo (di cui già non si parla più: il dibattito adesso è spostato su come aumentare i poteri del premier). E sugli incentivi alla natalità. Promessa dai costi contenuti, ma anche qui si fa cilecca. Palazzo Chigi si è limitato a confermare gli impegni già assunti dal governo Draghi con qualche leggero miglioramento in essere, e senza inventarsi nulla. Poi c’è la promessa di investimenti sulla Sanità. Come da accordo quadro del centrodestra. Che fine faranno l’incremento organico di medici e operatori sanitari, lo sviluppo delle strutture di prossimità, l’estensione di prestazioni gratuite? Abbiamo scherzato, inevitabilmente si andrà a tagliare questo settore vitale, come avverrà peraltro per l’Istruzione (sono decenni che – anche dal centrosinistra, beninteso – si taglia dove sarebbe necessario investire). I tagli alla Sanità, a dirla tutta, sono stati già anticipati, e il settore privato si allarga come sta facendo da parecchio tempo a questa parte: in dieci anni, le strutture ospedaliere private sono raddoppiate, ora sono un migliaio. E a Bergamo è stato inaugurato in queste settimane il primo pronto soccorso privato. Poi ci sono le promesse estemporanee, quelle che viaggiano sugli spot in tv come ad esempio il taglio delle accise sul carburante. “Quando facciamo benzina, 35 euro su 50 vanno allo Stato italiano. Ed è una vergogna!” era l’indignazione di Giorgia Meloni in un video spot della passata legislatura. Cosa è successo, ora che Meloni è primo ministro? Sono stati ripristinati perfino i tagli che aveva fatto il governo Draghi. Quest’estate il costo del carburante si è impennato. Con più profitto per lo Stato: perché a prezzi più alti aumenta il gettito Iva. Verranno aumentate solo le spese militari, che sono le uniche che non interessano gli italiani. Saranno pagate dal maggior gettito con l’abolizione -parziale – del reddito di cittadinanza. La manovra di bilancio si prevede debba pesare al massimo 25-30 miliardi. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha già messo le mani avanti: “Non riusciremo a fare tutto”, ha detto il 21 agosto alla sua prima uscita pubblica dopo le vacanze, al Meeting di Rimini. Tradotto: “Non aspettatevi niente” Intanto ritornerà in vigore il Patto di Stabilità, e Bruxelles ha anticipato che la soglie del 3% di rapporto deficit-Pil (prodotto interno lordo) andrà calcolata non dal prossimo anno già da questo. Se l’Italia non riuscisse a mettersi in regola scatterebbe la procedura d’infrazione. Giorgia Meloni ha invece fatto capire – da subito – che intende restare nell’ambito delle regole europee, e ha dato sempre conferma sulla volontà di essere disciplinata nei conti. Questo le ha consentito un risultato inaspettato, che è stato sottovalutato perfino dai suoi sostenitori, quello di evitare da subito una tempesta dello spread, con la conseguenza – scongiurata – di un vorticoso innalzarsi degli interessi per acquistare titoli di Stato. Che poi avrebbe aumentato il debito pubblico oltre i livelli – già da primato – attuali. Ma le promesse non le sta mantenendo, e la realtà di governo è stridente rispetto agli strepiti dell’opposizione. Quello che è confermato è che l’Italia resta “osservato speciale” in Europa. Ma non perché c’è la destra al governo, perché non c’è più Draghi. L’impressione è che il Pnrr non sia il volano che si stava aspettando, magari proprio per incapacità di far leva con queste risorse. E i risultati benauguranti sul Pil di inizio d’anno (un modesto ma significativo incremento, migliore di Francia e Germania) non si stanno confermando. Il turismo che si diceva in boom e portatore di ricchezza non sta avendo – città d’arte a parte – quei risultati che erano stati anticipati, e che vedono anzi un calo delle presenze negli alberghi. Restiamo un Paese con problemi strutturali, con un Governo incapace -finora – di tracciare una visione, che si affida a interventi-spot, ma che si vuole accontentare di superare gli esami di Bruxelles. Paradossalmente l’Italia sarà più libera se accetterà le rigidità europee, perché qualora provasse a far cartello con i Paesi in difficoltà (c’è anche la Francia) potrebbe trovarsi a pagare poi aperture di credito impegnative per il futuro. Meloni sembra non volere questo. E sulla manovra peseranno comunque anche le suggestioni della campagna elettorale per le prossime Europee, primavera 2024. Ma il risultato sarà lo stesso: fumo e austerità.

Marta Fusaro

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