La sfida di Erdogan. Ricatta l’Europa con i rifugiati

Comanda nel Mediterraneo, è lui il nemico in Libia

La richiesta della Turchia di entrare nell’Unione europea risale al 1999. Il secolo scorso. Ma già da una ventina d’anni si parlava della sua adesione, che pure geograficamente può sembrare anomala, perché questo non è un Paese solo europeo ma posizionato a cavallo di due continenti. E se ne parlava perché i rapporti della Turchia con l’Unione sono di vecchia data. Quella che allora si chiamava Comunità economica europea – era il 1963 – aveva già stabilito delle moderne intese commerciali con la Turchia, con l’Accordo di Ankara. Ora tutto questo sembra lontano. E sarebbe meglio che restasse lontano.

Il presidente Erdogan

Anche se la procedura di ingresso è già cominciata, nel dicembre del 2004, con il Consiglio europeo che certificò: la Turchia “soddisfa sufficientemente” i criteri per l’avvio dei negoziati di adesione. Eppure già era iniziata la lunga stagione al potere di Recep Tayyip Erdogan, ora presidente, allora premier. In Italia Silvio Berlusconi, da primo ministro, ne era dichiaratamente entusiasta.

Ma Erdogan poteva non sembrare quello di oggi, con un soprannome “Il Sultano” che gli calza benissimo. Eppure la sua volontà di islamizzare il Paese era evidente, ma attenuata. E ogni cosa è stata fatta un passo alla volta, per permettere all’esterno (ma anche agli stessi turchi) di metabolizzare una trasformazione inesorabile.

Ora, dopo un poco chiaro tentativo di golpe che avrebbe provato a rovesciarlo, la caccia agli oppositori si è fatta più evidente. Centinaia e centinaia, tra avversari e giornalisti, sono finiti in carcere. “È un dittatore” ha detto Mario Draghi, ed ha sorpreso che l’abbia detto, non che in Occidente si pensi questo. Anche se poi Erdogan da quasi vent’anni vince regolarmente le elezioni. Nel voto delle grandi città, quello più alfabetizzato, è stato anche sconfitto: non ha quindi un potere assoluto. Ha cambiato la repubblica in senso presidenziale, e ora infatti è presidente. Ma la sua visione, di espansionismo fondamentalista, è una minaccia. Per il Mediterraneo, per l’Europa.

L’Europa ha continuato a blandirlo negli anni. Perché ci sono sempre interessi che hanno il sopravvento quando le logiche sono particolari, e l’Unione riesce raramente in politica estera a rappresentare un ragionamento collettivo. Interessa il mercato economico turco. Interessa quello che Ankara compra e quello che può produrre al servizio del ricco Occidente.

In Germania vivono milioni di immigrati turchi, e anche per questo Berlino predica prudenza.

Erdogan è riuscito a contrattare, e a farsi poi pagare miliardi da Bruxelles, la chiusura dei confini verso l’Europa ai siriani in fuga dalla guerra civile. Si fa pagare per trattenere questi sventurati. Milioni di siriani, che avrebbero pieno diritto di essere accolti come rifugiati politici perché sono in fuga da una guerra civile. Ma l’Europa non li vuole. E la cancelliera tedesca Angela Merkel, quando disse di volerli accogliere fu contestata aspramente. L’Europa non ha fatto nulla per impedire la guerra civile in Siria e quindi, anche solo per questo, ne è già complice.

Un anno e mezzo fa Bruxelles si fermò a una blanda condanna quando Erdogan decise di invadere la Siria per combattere i soldati curdi. Quei curdi che erano stati gli alleati più coraggiosi e fedeli dell’Occidente nel contrastare i terroristi dell’Isis, l’autodefinitosi Stato islamico. Erdogan si giustificò dicendo di aver voluto allontanare dal confine i miliziani dell’Ypg, le unità combattenti di protezione popolare curde, sostenendo che sono terroristi. Da allora, le operazioni militari di Erdogan si sono susseguite in continuazione.

Contrasta la Grecia non solo nel controllo di parte dell’isola di Cipro, ma anche per lo sfruttamento delle risorse del Mediterraneo nelle acque territoriali greche.

Si è schierato dalla parte giusta con la Libia, appoggiando il governo legittimo riconosciuto dalle Nazioni Unite quando premier era Serraj, ma lo ha fatto solo per vendere caro il suo appoggio militare e trattando il controllo di porti e petrolio. In questo caso, appoggiando il generale Khalifa Haftar che ha bombardato Tripoli, dalla parta sbagliata c’era la Francia, altrettanto attiva per sostituirsi all’Italia come partner privilegiato in Europa. Il presidente francese Emmanuel Macron, tra i leader delle potenze in Occidente, finora è stato l’unico a contrastare decisamente Erdogan negli ultimi anni.

Dovunque, la Turchia è schierata contro la Russia (che in Libia sosteneva, come la Francia, Haftar). Anche nella guerra nel Nagorno Karabakh, piccola regione nel Caucaso, oppure vendendo droni all’esercito ucraino. È contro la Russia anche in Siria.

E dove c’è una guerra possibile, soprattutto in questa grande e irrequieta parte del mondo che si affaccia o vive in prossimità del Mediterraneo, Erdogan c’è. Nell’Africa orientale. Si parla già di “Turcafrica“.

Costruisce porti. Esporta un modello post-coloniale e religioso. È presente in modo capillare, perfino con le borse di studio agli studenti somali per laurearsi nelle università turche.

Nel Corno d’Africa ha soppiantato in pochi anni l’Italia. E se ne sono accorti tutti quando per la liberazione della cooperante italiana Silvia Romano, rapita nel novembre 2018 in Kenya, finita nella mani di un gruppo jihadista, e liberata in Somalia dopo quasi due anni, emerse che il ruolo decisivo nella trattativa sarebbe stato quello delle spie turche sul territorio. Non c’è casella dello scacchiere che Erdogan non occupi, se può farlo. Perfino in Asia centrale, come in Afghanistan, all’indomani dell’annunciato ritiro delle truppe americane. Erdogan si propone anche come mediatore, considerando i suoi buoni rapporti sia con il governo di Kabul che con i talebani. Sembra, nel suo attivismo, voler rivivere la grandezza dell’Impero ottomano.

Ma l’Unione europea, dove la sua richiesta d’adesione è ancora in corso, finge di dimenticare quante volte e come Erdogan sia schierato contro gli interessi europei. Quanto li contrasti.

Nemico della Russia in tanti conflitti regionali, ma poi in realtà pronto a trattare con Mosca. Pronto a spartire le zone d’influenza.

Il nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha già capito quanto sia pericoloso Erdogan. Anche se l’esercito turco è il secondo per dimensioni (ovviamente dopo gli Stati Uniti) nell’Alleanza atlantica. Della quale la Turchia fa parte dal 1952.

Non un’ultima arrivata. Ma è disinvolta fino a comprare il sistema di difesa missilistico proprio dai russi.

Sorprendente per uno Stato membro della Nato.

Se Draghi ha definito Erdogan “dittatore“, Biden prima di lui aveva usato un altro termine: “autocrate“.

Ma dopo la dichiarazione di Draghi che ha portato a una crisi diplomatica, Biden ha detto quello che più di tutto Erdogan non vuole mai sentirsi dire. Biden ha riconosciuto il genocidio degli armeni ad opera dei turchi, una pagina della storia che Ankara ha provato a cancellare. Morirono – un secolo fa – un milione e mezzo di armeni, sterminati dai turchi, in una spietata operazione di pulizia etnica.

Mostrandosi convinto dell’oblio della storia, Adolf Hitler avrebbe detto, nel prefigurare lo sterminio degli ebrei: “Chi si ricorda più degli armeni?” C’è una minaccia, dalla Turchia di Erdogan.

Contro Parigi, che più gli ha dichiarato la sua inimicizia, è stata invocato da Erdogan il boicottaggio dei prodotti francesi. Ma anche Draghi non ha parlato a caso liquidando Erdogan come “un dittatore”. Un dittatore che guarda al Mediterraneo come il suo spazio di conquista.

Che è spregiudicato.

Che è avversario di quei valori che l’Unione dovrebbe darsi. Proprio il mancato riconoscimento del genocidio degli armeni è stato uno degli scogli in cui si è incagliata la procedura d’ingresso della Turchia nell’Unione.

Che però è ancora in attesa e formalmente la sua posizione è di pre-adesione. Neanche su questo Bruxelles riesce a fare chiarezza, nel dare un segnale ad Erdogan.

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