Occhio alla Libia

Draghi a Tripoli, missione europea

di Fabio Morabito

La Abdul Hamid Dbelbah del nuovo capo del governo italiano è stata la più logica e significativa che potesse essere. Mario Draghi il 6 aprile scorso è andato in Libia, a Tripoli, a incontrare Abdul Hamid Dbelbah, il premier che da poche settimane è alla guida un governo di Unità nazionale. Una “missione italiana” perché sono molto importanti gli interessi del nostro Paese in questa regione. Ma anche una “missione europea” perché, seppure la trasferta non sia stata concordata con Bruxelles, tutta l’Unione può trarne beneficio qualora Roma riuscisse a stabilire – o meglio, a ripristinare – un rapporto preferenziale con Tripoli.

Magari non sarà contenta la Francia, sempre molto competitiva nelle nostre zone di influenza; ma Palazzo Chigi ha certo messo in conto anche questo, valutando con Parigi posizioni comuni e un’idea di collaborazione che fino a poco tempo fa non poteva sembrare possibile.

In Africa, e prima di tutto in Libia, è necessario che l’Europa sappia muoversi secondo il modello italiano. Il nostro Paese, con i suoi difetti, ha un altro modo di affacciarsi al di là del Mediterraneo di quello che stanno proponendo la Turchia, la Russia, e in altri territori d’Africa la Cina. In Libia il modello italiano esportato dall’Eni – ad esempio – non è quello di ingegneri stranieri e mano d’opera locale. L’Eni forma ingegneri libici. Utilizza le risorse della Libia, trae benefici importanti, fa affari. Ma non sfrutta. Aiuta a crescere.

C’è attenzione a Tripoli, e non solo retorica, sul ruolo che Roma può avere nell’aiutare a un futuro di pace, democrazia e benessere. Si parla in questi giorni perfino di ripristinare i quartieri italiani della capitale, la rivalutata architettura dell’Italia coloniale.  Non si tratta quindi solo di appalti sulle risorse naturali, ma di impegno sulla ricostruzione e modernizzazione del Paese. Si è parlato, nell’incontro del 6 aprile scorso, di togliere la polvere della guerra civile da accordi importanti come la costruzione dell’autostrada lungo la costa, concordata quando primo ministro in Italia era ancora Silvio Berlusconi e quando a capo della Libia c’era il dittatore Muammar Gheddafi.

Questa di oggi sembra un’occasione irripetibile. Ne è consapevole Draghi: “È un momento unico per la Libia – ha commentato in occasione della sua visita – c’è un governo di unità nazionale legittimato dal Parlamento che sta procedendo alla riconciliazione nazionale. Il momento è unico per ricostruire quella che è stata un’antica amicizia tra i nostri due Paesi”.Unico. è vero. L’Italia si sta muovendo bene. Draghi è il primo capo di governo europeo ad essere accolto in visita ufficiale a Tripoli, ma non è tanto questo a significare qualcosa: subito dopo di lui, lo stesso giorno, è stato ricevuto da Abdul Hamid Dbelbah il premier greco Kyriakos Mītsotakīs, che poi si è intrattenuto in un colloquio a due con Draghi. Ma il merito della diplomazia italiana è altro. La Farnesina ha preparato questo incontro con già due diversi missioni con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. E certamente, anche se non risulta un accordo in questo senso, Roma si muove con l’appoggio di Washington, certo consapevole che l’Italia gioca una partita diversa di quella della Francia, che ha appoggiato le milizie di Khalifa Haftar per conquistare Tripoli dove si era insediato legittimamente il governo guidato da Al Serraj. E la Francia già dieci anni fa fu la prima responsabile della cinica e mal pensata operazione militare che portò al rovesciamento di Muammar Gheddafi.

Gli Stati Uniti, anche con la presidenza Donald Trump, non hanno mai smesso di avere attenzione per la situazione della Libia, continuando a finanziare il Paese, e guardando all’Italia come l’attore preferito per il ruolo di protagonista su questo palcoscenico. Trump però dopo aver rassicurato tre anni fa l’allora premer Giuseppe Conte del suo appoggio, non ha più dato segnali chiari su come avrebbe preferito risolvere il conflitto libico.Eppure sciogliere il nodo Libia, dalla Casa Bianca, significa depotenziare la minaccia del terrorismo, e stabilizzare una regione geograficamente strategica. E sulla Libia si sono mosse Russia e Turchia, con interessi che non possono tranquillizzare Washington. Joe Biden ha certo le idee più chiare di Trump, non fosse altro per la sua decennale esperienza politica. Che Washington guardi con fiducia a Roma è dimostrato dal fatto che Di Maio è stato, in questi giorni, il primo ministro degli Esteri ad essere ricevuto dal nuovo Segretario di Stato Tony Blinken. Per parlare anche di Tripoli e del ruolo italiano nel Mediterraneo. 

Sbarchi in Italia nel 2021

Dal punto di vista di Bruxelles, stabilizzare la Libia può significare ridimensionare l’emergenza dei migranti che dall’Africa affrontano via mare – in condizioni quasi sempre drammatiche – il sogno di raggiungere l’Europa. E naturalmente anche di migranti si è parlato nel vertice di Tripoli. Draghi ha avuto parole di apprezzamento per quelle che ha definito “operazioni di salvataggio” della guardia costiera libica. Ci sono state polemiche su questa dichiarazione diplomatica. Il modo con cui vengono fermati e trattenuti i migranti in Libia hanno poco a che fare con i diritti umani. Ma la strada per una politica umanitaria passa anche dalla forza che può avere l’attuale esperimento di governo in Libia.

Che il nuovo governo riuscisse a riscuotere il consenso di tutte le fazioni – nel voto “decentrato” a Sirte – è stata una sorpresa per le stesse Nazioni Unite, che pure avevano favorito l’accordo che ha fatto nascere l’attuale esecutivo. Che la pacificazione sia assicurata anche per il futuro è – per ora – però più un’illusione che una ragionevole speranza. La necessità di non disperdere questa pur fragile occasione rende appunto, con le parole di Draghi, “il momento unico”. Lo è per la Libia, per l’Italia, ma anche per l’Occidente. E prima di tutto per Bruxelles che deve finalmente capire che l’Africa non è un forziere a cui attingere, ma un continente profondamente connesso nei suoi destini all’Europa. Si parla di valori dell’Occidente, è ora di difenderli e di averne rispetto.L’Italia, è stato sempre ricordato e lo ha fatto anche Draghi, ha tenuto aperta l’ambasciata a Tripoli in tutti questi anni difficili. Ha mantenuto una presenza militare nell’ospedale di Misurata. Ha difeso tenacemente i suoi legami storici con la Libia. Non basta, naturalmente, ma aiuta a un’apertura di credito.

La Turchia sta facendo pagare caro il suo sostegno militare al governo di Al Serraj, e il presidente Erdogan, dopo la visita di Draghi, ha accolto ad Ankara non solo il primo ministro, ma tutto il governo libico, perfino il capo di Stato maggiore. Con un’operazione da cinema, più che da diplomazia tradizionale.A Abdul Hamid Dbelbah Erdogan ha ricordato gli impegni presi dal precedente governo libico, in cambio dell’aiuto militare. Tra questi, il diritto di precedenza alle imprese turche nelle operazioni di ricerca offshore del gas. Sono a rischio anche gli appalti italiani su terra. Erdogan pretende poi il rispetto dell’accordo sulla demarcazione dei confini nelle acque del Mediterraneo, che però non è riconosciuto dalle Nazioni Unite. Sulla stampa italiana, la conferma delle intese tra Libia e Turchia è stata presentata come una sorta di vendetta di Erdogan, pochi giorni dopo che Draghi aveva definito il presidente turco “un dittatore”.

Ma non è una reazione di Ankara alle dichiarazioni del premier italiano. Erdogan aveva già l’interesse di estromettere l’apprezzata Italia dalla Libia, anche solo per sostituirla in intese economicamente (e strategicamente) proficue. Semmai si può pensare che l’affermazione di Draghi si sia proprio inserita in una conflittualità di interessi nel Mediterraneo che si voleva far venire alla luce.Si è perso del tempo, delle occasioni, si sono fatti molti errori, ma ora Palazzo Chigi e la Farnesina stanno lavorando per ricucire quello che era strappato. 

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