Sbloccato il bilancio, il Natale dell’Europa

Che il nodo dei due veti (Ungheria e Polonia) sul bilancio dell’Unione europea (e quindi anche sugli interventi massicci per affrontare le conseguenze dell’emergenza sanitaria) si sarebbe sciolto, c’erano pochi dubbi. A volerlo per primi erano i due Paesi dell’Est Europa, che in proporzione alla popolazione sono beneficiari anche più dell’Italia degli interventi messi in bilancio, tra aiuti a fondo perduto e prestiti agevolati. Anche se Viktor Orban, premier dell’Ungheria, si è sempre mostrato sicuro di sé al punto da dire che in fondo quei soldi prestati avrebbero aumentato il debito pubblico. Con il passaggio al Parlamento europeo dell’accordo di luglio tra i 27 capi di Stato e di governo (all’unanimità, perché non si può fare altrimenti) i “negoziatori” che rappresentavano i deputati hanno insistito sull’imposizione – per accedere ai fondi – della verifica delle condizioni dello “Stato di diritto”, e cioè su quei principi che vanno dall’indipendenza della magistratura alla lotta alla corruzione fino alla libertà dell’informazione. Budapest e Varsavia sono già osservate speciali. Ma chi avrebbe verificato queste violazioni? Non può essere una decisione politica, affidata a un giudizio a maggioranza del Consiglio europeo. Su questa ragionevole obiezione la cancelliera tedesca Angela Merkel ha trovato la soluzione che poteva andar bene alle parti: al Parlamento europeo, rigido nel voler pretendere il rispetto dei principi, e ai due Paesi “sotto osservazione”. Angela Merkel è la presidente di turno del Consiglio europeo, nel semestre affidato alla Germania e che si conclude con la fine dell’anno. Per questi motivi la sua mediazione – necessaria in ogni caso – diventava una conseguenza del ruolo temporale e non semplicemente l’intervento del Paese più potente nell’Unione europea.

Che si sarebbe arrivati a una soluzione si sapeva, e anche i più pervicaci dubbi si sono dissolti quando in rappresentanza della Polonia, in avanscoperta prima del Consiglio europeo del 10 e 11 dicembre scorsi, non si è esposto il primo ministro Mateusz Morawiecki ma il vicepremier, Jaroslaw Gowin, politico più moderato che si è distinto in alcune significative circostanze nella difesa della libertà d’opinione. Un minivertice a tre, alla vigilia del Consiglio europeo a Bruxelles. Angela Merkel ha ascoltato le richieste di Polonia e Ungheria e ha fatto la sua proposta. Una soluzione che è andata bene anche al premier ungherese Viktor Orban che pure aveva diffidato l’alleato polacco, alla vigilia dell’incontro, perché non si defilasse – pur di togliersi dall’impasse – dal patto a due che avrebbe tutelato entrambi. Ed è stato proprio Gowin ad annunciare per primo che si era trovato un punto d’intesa. E che quindi il veto di Varsavia e Budapest non c’era più.

Un punto d’intesa che rende teorico tutto quello di cui si era parlato finora. Il “meccanismo”, così viene chiamato, che può fermare l’erogazione dei fondi, prevede un possibile intervento non solo per l’esplicita violazione dei principi dello Stato di diritto. Ma addirittura prevede che possano essere presi provvedimenti se anche venisse adombrato “il solo rischio del mancato rispetto dello Stato di diritto”. La violazione viene individuata e contestata dalla Commissione, il voto conseguente (a maggioranza qualificata) è affidato al Consiglio europeo. Quindi a un organo politico. In linea di principio, non è stata modificata di una virgola la richiesta del Parlamento europeo di condizionare l’assegnazione dei fondi al rispetto del principio dello Stato di diritto. E questo apparentemente darebbe la partita vinta a Bruxelles. Ma nei fatti è stata accolta l’idea che sulla materia avrebbe deciso la Corte di Giustizia europea, e che nel frattempo non si sarebbe fermata l’erogazione dei fondi. La soluzione è tutta qui: in una “dichiarazione d’interpretazione”, che varrà a far data 1 gennaio 2021 e che in realtà tutela ampiamente Ungheria e Polonia.

Una soluzione che – in presenza di una contestazione – non ferma il piano. Se la Corte di Giustizia si dovesse esprimere condannando Ungheria e Polonia (o una delle due) si potrebbero bloccare i fondi diretti al Paese sanzionato con un non chiaro “effetto retroattivo”. Ma solo in questo caso: nel frattempo i fondi vengono erogati. È sufficiente che i Paesi a cui viene contestata la presunta violazione si rivolgano alla Corte, e naturalmente – se ci sarà contestazione – Budapest e Varsavia lo faranno. L’ipotesi accreditata da alcuni osservatori è che a Orban questa soluzione vada bene perché a lui interesserebbe solo arrivare senza danni alle prossime elezioni politiche in Ungheria nel 2022. Infatti tra il presentare ricorso alla Corte di Giustizia a Lussemburgo, ed arrivare a sentenza, dovrebbero passare ampiamente due anni di tempo. Sufficienti ad Orban per gestire il compromesso ottenuto e considerarsi vincitore su Bruxelles. Cosa che peraltro è riconosciuta da una parte dei suoi stessi oppositori in patria, che leggono (come lui) la clausola interpretativa come una vittoria del primo ministro in carica. Di questo parere non è la Commissaria ai Valori e alla Trasparenza, Vera Jourová, convinta che la Corte arriverebbe alla decisione nei giro di pochi mesi. In realtà, anche dopo un’eventuale sentenza di condanna della Corte, la sanzione non sarà introdotta in automatico, e la Commissione, sulla base della sentenza, dovrà approntare delle “linee guida”, che poi saranno illustrate al Consiglio europeo. Ma concetti generali e fondamentali come l’indipendenza della magistratura o la libertà di stampa potranno influire sull’erogazione dei fondi? No, perché “la semplice constatazione di una violazione dello Stato di diritto non è sufficiente ad attivare il meccanismo” avverte il Consiglio europeo nelle sue conclusioni dell’11 dicembre. Ed ecco quello che è stato messo nero su bianco dal Consiglio europeo, in una dichiarazione condivisa: “Il nesso di casualità tra tali violazioni e le conseguenze negative per gli interessi finanziari dell’Unione dovrà essere sufficientemente diretto e debitamente accertato”.

Quindi si passa dal “solo rischio” di violazione, come sarebbe stato nelle intenzioni del Parlamento europeo, alla violazione chiara e che dovrà comportare evidenti conseguenze sul bilancio. Di fatto, se non ci saranno conclamati casi di corruzione, tutto filerà liscio sul fronte “Stato di diritto”, mentre rischierà di perdere i fondi chi non saprà pianificare correttamente le spese. E questo è un altro discorso, che riguarda anche l’Italia molto spesso inadeguata a utilizzare efficacemente gli aiuti europei che pure ha contribuito massicciamente a finanziare. Le indicazioni del Consiglio europeo hanno carattere politico, e quindi non si può escludere del tutto che eventuali contestazioni a Ungheria e Polonia possano aver corso. Ma sono indicazioni così chiare da far prevedere, con sufficiente sicurezza, che non è su questo fronte che i due Paesi dovranno preoccuparsi. Parallelamente a Ungheria e Polonia, che aderendo all’Unione europea hanno convenuto sui principi dello Stato di diritto, potranno essere contestate – come già avviene – le violazioni degli impegni presi. Ma non legandole ai fondi europei anche perché l’esito prevedibile sarà che non ci saranno contestazioni in grado di arrivare a fermare i finanziamenti. E questo potrebbe far pensare allora che non ci sono problemi di “Stato di diritto”, il che non è vero. Alla fine si è arrivati all’esito esattamente contrario di quello a cui puntava il Parlamento. Superato l’ostacolo, la presidente Ursula von der Leyen ha commentato entusiasta: “L’Europa va avanti.

Milleottocento miliardi di euro per avviare la ripresa e costruire un’Ue più resiliente, verde e digitale”. L’Europa va avanti. Piano, inciampando nelle sue contraddizioni, ma va avanti.

Fabio Morabito

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