Governare il contagio

di Fabio Colasanti

All’inizio della pandemia, di fronte ad un nemico sconosciuto, quasi tutti i governi hanno introdotto delle chiusure generalizzate delle attività economiche e sociali dei loro paesi (lockdown). Si è permessa solo la continuazione delle attività essenziali come alcuni servizi pubblici (soprattutto sanità, trasporti pubblici, forze dell’ordine e governo) e alcune attività economiche molto importanti (soprattutto la produzione, la vendita e la distribuzione di medicine, attrezzature sanitarie e generi alimentari). La Cina ha introdotto una chiusura di questo tipo seguita dalla Corea del Sud, dall’Italia e, via via, dalla stragrande maggioranza dei paesi. Le chiusure introdotte non hanno mai avuto lo scopo di eliminare l’epidemia – cosa impossibile in assenza di un vaccino – ma di ridurre il picco delle ammissioni in ospedale per tenerlo entro le capacità dei vari sistemi sanitari nazionali. In inglese si è usata un’espressione che rende molto bene l’idea “flatten the curve”. Da allora, abbiamo imparato molto (ma ancora non abbastanza) sul virus che dà origine alla malattia, il SARS-CoV-2. Conosciamo meglio i meccanismi che usa questo virus per passare da un essere umano all’altro. Abbiamo imparato che il virus si diffonde grazie ai contatti che si creano – nonostante i protocolli di sicurezza introdotti – sui luoghi di lavoro e nelle scuole e università. Ma sappiamo anche che questi canali di trasmissione non sono i più forti. Sappiamo che il virus si trasmette soprattutto nei grandi assembramenti (manifestazioni sportive, spettacoli, cerimonie religiose, feste pubbliche e private e altre occasioni del genere). Il problema delle grandi manifestazioni non è tanto quello della distanza tra gli spettatori o partecipanti durante il loro svolgimento, quanto quello degli assembramenti che si creano all’entrata, all’uscita e nel trasporto verso questi eventi. Sappiamo anche che il rischio di contagio è più forte negli ambienti chiusi che all’aria aperta. Al secondo posto come pericolo di contagio vengono i contatti con amici e parenti non conviventi (cene e feste in case private, al bar, al ristorante, alla buvette del circolo sportivo e cosi via). Sappiamo che i protocolli di sicurezza applicati a queste occasioni di contatto sono poco efficaci e quasi impossibili da controllare; quando poi si consumano alcolici, il tasso di rispetto delle misure di sicurezza scende drammaticamente. Sedersi ad un tavolo senza mascherina con un amico o con un parente non convivente crea sempre un rischio. Se lo si fa con sei persone invece di due o tre il rischio è più alto, ma il rischio c’è anche con una sola persona. Queste conoscenze, accoppiate con la diversa valutazione dell’importanza di tutte queste attività, ha portato a capire che nel futuro una nuova chiusura generalizzata come quelle che abbiamo visto all’inizio della pandemia non sarà necessaria, a meno del crearsi di situazioni catastrofiche. Affermare che si vogliono evitare le chiusure generalizzate non significa però dire che non sarà necessario prendere misure che spesso le ricordano. Dopo l’estate abbiamo visto un aumento forte del numero di nuovi contagi in tutti i paesi europei. La temuta nuova ondata è arrivata in una maniera che ha sorpreso molti governi. Il numero delle ammissioni negli ospedali si sta avvicinando rapidamente ai livelli più alti di marzoaprile, ma la rapidità dell’aumento attuale è più preoccupante.

Nel nostro paese, che inizialmente aveva avuto risultati migliori di altri paesi, a partire dal 7 ottobre abbiamo conosciuto un aumento quasi esponenziale del numero dei nuovi casi. Siamo improvvisamente passati dal “convivere con il virus” alla necessità di prendere nuove misure. Ed è qui che vedo una differenza importante nella comunicazione dei governi. La maggior parte dei governi (Francia, Spagna, Belgio, Italia ed altri paesi) è impegnata in discussioni senza fine sulle misure da prendere. Si tratta di materie complesse e dove ogni misura ha inevitabilmente un carattere più o meno arbitrario. Perché sei persone a tavola va bene e sette no ? Perché il coprifuoco alle 23.00 anziché alle 24.00 ? Che succede di pericoloso tra le 23.00 e le 24.00 ? ecc. Queste misure sono sicuramente necessarie, ma limitarsi alla loro discussione da l’impressione che se le si rispettano, si è fatto tutto quello che è necessario fare. Le misure coercitive sono necessarie perché è difficile avere l’adesione all’obiettivo comune di un numero sufficiente di persone. Ma bisognerebbe almeno cercare di convincere l’opinione pubblica del perché delle misure che si prendono e ottenere la sua adesione volontaria. Ma questo richiede una certa onestà, il coraggio di dire alcune cose spiacevoli e una buona autorevolezza dei politici. La signora Merkel ha preso una strada diversa da molti altri governi. La Germania ha certamente adottato anche lei delle misure come quelle prese dagli altri paesi, ma la signora Merkel ha aggiunto in maniera enfatica e ripetuta un messaggio semplice : “Il virus si diffonde grazie ai contatti tra le persone; indipendentemente dalle regole, dobbiamo tutti limitare il più possibile questi contatti”. La signora Merkel ha fatto brevi interventi alla televisione dove ha ripetuto sempre lo stesso messaggio molto semplice: “Limitate il più possibile i contatti sociali. Limitate i viaggi non necessari. Limitate le feste. Limitate gli incontri in famiglia. Limitate gli incontri con gli amici. State a casa il più possibile”. Qualche sera fa, il TG1 ha intervistato dei romani che spiegavano come hanno cambiato le loro abitudini: vanno a prendere l’aperitivo più presto, vanno ad incontrare gli amici più presto. Giorni fa, la televisione belga ha commentato l’aumento fortissimo delle prenotazioni nei ristoranti di Bruxelles negli ultimi due giorni prima della loro chiusura. Storie del genere vengono anche dalla Francia, alla televisione molti intervistati hanno dichiarato di “aver voluto fare la festa finché questo era possibile”.. Tutte queste persone evidentemente non hanno capito nulla. Vorrei che anche da noi i politici parlassero più chiaramente alla popolazione. Sicuramente alcuni l’hanno fatto, ma finora ho identificato solo questa dichiarazione di Nicola Zingaretti : “La preghiera che faccio a tutti è che per i prossimi 20- 30 giorni bisogna diradare i contatti fra le persone. Per almeno un mese dobbiamo alzare il livello di guardia per abbassare la curva dei contagi.” (Corriere della Sera del 19-10-2020 che cita una dichiarazione a margine di una conferenza stampa a Roma). Non sappiamo se avremo mai un vaccino efficace. Sembra però probabile che ne avremo alcuni. Ma prima che questi vaccini siano stati somministrati ad un numero sufficientemente alto di persone da permettere di sopprimere le restrizioni saremo all’estate del 2021 ( Emmanuel Macron questo l’ha detto esplicitamente nel suo discorso di una decina di giorni fa). Dobbiamo quindi organizzarci per convivere con il virus per almeno altri nove o dieci mesi. Questo significa comportarsi sempre in maniera responsabile indipendentemente dalle regole in vigore. Concretamente questo significa vedere gli amici e i familiari non conviventi solo mantenendo le distanze di sicurezza e/o utilizzando una mascherina (questo chiaramente non è possibile al bar, al ristorante o se si accetta un invito a cena). Questo significa rinunciare il più possibile a tutte le attività che creano contatti tra le persone. In alcuni casi questo non è possibile (incontri con il medico o il dentista); in altri casi, anche se la cosa è spiacevole, gli incontri si devono sopprimere o ridurre. Le misure di “coprifuoco” non servono a vuotare le strade (non c’è molto affollamento delle strade cittadine durante la notte). Servono ad impedire di andare a feste e riunioni con amici. Per questo il coprifuoco francese dalle 21.00 è molto efficace mentre quelli dalle 23.00 o dalle 24.00 hanno un impatto molto limitato. La riduzione dei contatti sociali ha un impatto sulle attività economiche che vivono grazie a questi contatti. Ma questo è inevitabile e non si può mantenere un numero troppo alto di contatti per permettere la sopravvivenza di alcune attività. Un esempio lampante. Le discoteche sono oggettivamente luoghi molto pericolosi dal punto di vista del contagio. Non avrebbero dovuto essere riaperte l’estate scorsa e dovranno probabilmente restare chiuse fino al superamento completo della crisi. Questa situazione è oggettiva; è innegabile. Dirlo non significa voler attaccare una categoria. Ma visto che la chiusura di tanti luoghi che dipendono dai contatti tra le persone è fatta nell’interesse della collettività, è giustissimo che la collettività compensi il più possibile le perdite di chi ha visto limitato severamente o ridotto a nulla il proprio reddito. Ci possono essere degli aggiustamenti minori da fare qui o la sulle chiusure. Personalmente sono contento che il governo italiano abbia lasciato aperti i musei che invece sono stati chiusi in Belgio. Purtroppo di questi tempi è raro vedere molta gente in un museo. Ma il dibattito politico dovrebbe portare sulla misura e le modalità degli indennizzi e non sulle chiusure. Dico questo in piena conoscenza dei costi economici e sociali di una chiusura generalizzata. Fabio Colasanti