Ue e migranti, nasce la “solidarietà obbligata”

di Antonella Blanc

Il Trattato di Dublino verrà modificato. Lo ha annunciato la presidente della Commissione europea Ursula von Der Leyen. “Conterrà emendamenti” ha sottolineato la Commissaria per gli Affari interni europei Ylva Johansson. Ma non sarà la prima volta che questo documento viene cambiato. La Convenzione, firmata esattamente trent’anni fa, è quella che disciplina la politica europea sui migranti. Il principio più controverso (per l’Italia) è quello che impone al Paese di approdo dei profughi di farsene carico. L’obiettivo dichiarato di Ursula von der Leyen è che le migrazioni verso l’Europa, che – dice lei – ci saranno sempre, siano gestite con efficacia e umanità. La Presidente è brava nel sintetizzare quanto necessario, e queste – efficacia e umanità – sono le due parole che servono per affrontare l’emergenza migranti. Ma sono solo due parole, troppo vaghe per dare la sicurezza che si vada a un approccio concreto.

Cosa vuole veramente la Commissione? Si pone un obbiettivo realistico, ma che è così realistico da risultare debole. Ci vorrà il consenso di tutti per cambiare. E non tutti vogliono cambiare. Di sicuro, la Commissione sta chiedendo un approccio diverso sulla redistribuzione obbligatoria dei richiedenti asilo, illusione introdotta cinque anni fa. Chi ha diritto di asilo politico deve essere accolto, così peraltro impongono le leggi internazionali. I cosiddetti “migranti economici”, e cioè chi arriva in Europa (da clandestino, o comunque salvato da un naufragio) “solo” per migliorare le sue condizioni di vita deve essere rimpatriato. La motivazione è sottile: accettarli significa penalizzare i migranti che entrano regolarmente per lavorare in Europa, e che quindi si vedono “scavalcati”.

E chi deve rimpatriare i migranti senza diritto? La Commissione, secondo un principio di solidarietà, vorrebbe che il rimpatrio fosse a carico dei Paesi sovranisti, o meglio a carico di quelli che rifiutano l’ingresso dei migranti. Si vuole introdurre il principio di “solidarietà obbligatoria”. Se qualcuno rifiuta di ospitare la sua quota di migranti dovrà farsi carico di rimpatriare gli irregolari. Perché il rimpatrio è un problema. In Italia, che pure ha un accordo con la Tunisia per il rimpatrio, la prima comunità di migranti che sbarca sulle nostre coste è proprio quella tunisina. Quando l’Italia firmò il Trattato di Dublino per la prima volta non c’era l’attuale emergenza. Mancò da Roma visione politica, sia quando si accettò il Trattato, sia quando è stato modificato e confermato lasciando intatto il principio della prima accoglienza: ma l’Italia ha messo sul piatto della… bilancia, anche i nostri bilanci. Una minore rigidità della Commissione sul rapporto del nostro debito pubblico/prodotto interno lordo sarebbe stata agevolata dalla rassegnazione di Roma a mantenere il principio del primo Paese di approdo come responsabile. Sono responsabilità condivise senza colore politico, perché coinvolgono nella stessa miopia governi di centrodestra e di centrosinistra.

Qual è il Paese di approdo? Non è necessariamente quello dove i migranti vengono sbarcati. Chi li soccorre ha il diritto di trasportarli al più vicino “porto sicuro”, ma chi soccorre (spesso) è un’imbarcazione di una Ong (organizzazione non governativa) battente bandiera di qualche altro Paese dell’Europa. E per il principio dell’extra-territorialità si potrebbe sostenere che, per esempio, una nave battente bandiera tedesca è suolo tedesco, e quindi dovrebbe essere la Germania a farsi carico dei naufraghi. Perché è sull’equivalente del suolo tedesco che per prima mettono piede.

Resta la debolezza della proposta della Commissione, che pure esplicitamente vuole aiutare i Paesi più penalizzati dagli sbarchi, come Italia e Grecia. Ma anche il meccanismo dei rimpatri obbligatori è fragile: intanto, in attesa che i Paesi che pro-quota dovranno farsi carico del rientro degli irregolari, potranno aspettare fino a otto mesi, durante i quali il migrante dovrà restare nel Paese di sbarco. Nei fatti, questo tutela di meno di quanto altrettanto teoricamente aveva stabilito il summit di Malta, che un anno fa aveva sancito il principio del ricollocamento immediato dei migranti. Se però il migrante ha un parente in un altro Stato dell’Unione, oppure in un altro Stato ha lavorato in passato, sarà “assegnato” a questo Paese. Dall’Ungheria e dalla Repubblica Ceca sono arrivati già i primi categorici pareri contrari alla sostanza del progetto. E quindi anche il fragile compromesso della Commissione rischia di arenarsi.