Non solo parole ma opere di bene

di Roberto Mostarda

Non sono le parole del titolo, un richiamo alle radici cristiane dell’Europa che pure culturalmente potrebbe essere rammentate a credenti e non, ma una sottolineatura della difficile stagione nella quale viviamo in Italia e nel Vecchio Continente, in quell’Europa che siamo e in quella che vorremmo essere.

“Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e in verità” dice la Bibbia (in Giovanni 3:10-18). La difficile stagione del coronavirus che come un’onda nera sta coprendo gran parte della vecchia Europa e il mondo intero sta richiamando il senso stesso del nostro vivere in comunità, statuali, sovra statuali, mondiali. Il contagio non conosce confini e se colpisce di più in un luogo o nell’altro non consente ad alcuno di “scagliare la prima pietra”, poiché secondo le scritture “chi può dirsi senza peccato?”

E’ un momento cruciale per il mondo intero, nelle sue diverse realtà, culture, sistemi sociali e politici. Ma certamente il banco di prova riguarda in modo particolare l’Europa nel suo insieme, quella istituzionale, quella dei popoli, quella delle mille differenze e quella dell’aspirazione comune. Ecco perché assume un rilievo particolare quanto affermato nei primi giorni di marzo in cui l’emergenza del virus ha attanagliato il nord Italia e poi l’intera penisola, dalla presidente della Commissione Europea. Parafrasando la celeberrima espressione pronunciata da John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti, tra le rovine di Berlino Ovest e nel momento più buio della guerra fredda il 26 giugno 1963: “ich bin ein berliner”, io sono un berlinese, quasi a richiamare una comune identità di civiltà e cultura dinanzi alla allora minaccia sovietica, Ursula von der Leyen ha osservato “siamo assolutamente pronti ad aiutare l’Italia in qualunque modo sia necessario. Di qualunque cosa abbiano bisogno, noi gli daremo una risposta. Saranno colpiti dalla crisi che seguirà l’emergenza Coronavirus. Aiuteremo gli italiani e il governo italiano – ha sottolineato – aggiungendo “siamo tutti, in questo momento, italiani”.

Un gesto istituzionale certo, in qualche modo emozionale, con il quale, oltre ad assicurare sostegno all’Italia, la presidente della Commissione ha in sostanza aperto anche alla flessibilità per gli stati membri: “Concederemo la massima flessibilità sul patto di stabilità e gli aiuti di Stato”, ha aggiunto, “il coronavirus sta mettendo alla prova tutti noi, questa pandemia sta soprattutto mettendo a dura prova le persone. Ed è uno shock molto forte per l’economia, ma la Ue può resistere. I paesi membri devono assumersi la loro responsabilità, l’Ue deve essere coordinata e unita”. Mai come in questo caso, paradossalmente rispetto al confronto spesso egoistico, particulare, sovranista con il quale l’Unione marca da troppo tempo il suo cammino, le parole della presidente della Commissione, si sono avvicinate a quelli che sono stati i principi ispiratori dell’unione del vecchio continente, quelli dei padri Adenauer, De Gasperi e Schuman.

Un’unione nata e fatta da popoli usciti devastati moralmente e materialmente dalla più spaventosa delle tragedie che hanno coinvolto l’umanità, accomunati però da un’idea, da un desiderio rivoluzionario di realizzare qualcosa di nuovo e di alto per riprendere nel mondo nuovo il ruolo assolutamente cruciale di un’area centrale nelle epoche e nelle ere. Una sottolineatura che in vario modo ed intensità sembra pervadere il mondo intero. E mentre i medici e le strutture mediche partono dalla Cina verso il nostro paese, in tutto il mondo i colori nazionali italiani, il tricolore, appaiono qua e là ai quattro angoli del mondo ad esprimere un sentimento che il nostro paese suscita negli altri, nei nostri compagni di viaggio su questa terra. Così il bianco, rosso e verde, colorano tra gli altri casi, le cascate del Niagara al confine tra Usa e Canada, il municipio di Sarajevo in Bosnia-Erzevogina, la statua del Redentore a Rio de Janeiro, le Mura di Gerusalemme. E persino il presidente Trump, riottoso a dichiarare l’emergenza, di fronte alla grande prova degli italiani ha postato un video delle Frecce Tricolori per esprimere vicinanza al nostro paese, utilizzando quella che è sempre una spettacolare bandiera italiana ai quattro angoli della terra.

Ma come sta agendo, questa Europa, allora, di fronte all’allargarsi del contagio che ha superato la soglia dei 2.000 morti nel continente? E che, a livello mondiale, per un raffronto vede i decessi a quota 6 mila e i contagi ad oltre 160 mila? E mentre l’epidemia progredisce rapidamente e vede Italia e Spagna i paesi più colpiti? Il quadro non è ancora stabile e molti sono i tentativi di circoscrivere, chiudere i confini quasi a fermare la minaccia invisibile ed impalpabile. Ma, soprattutto sembra affermarsi quello che potremmo definire il modello Italia, pur tra i molti dubbi e le molte polemiche anche nostrane.

In Germania il governo tedesco ha deciso di chiudere le frontiere con la Francia, la Svizzera e l’Austria. Secondo quanto riportato dalla Bild, la circolazione delle merci dovrebbe essere garantita così come gli spostamenti dei pendolari. Al momento in Germania ci sono oltre 5 mila casi di Covid-19. In Francia dove si registrano aumenti fino a 900 nuovi contagi in un giorno, con un totale ormai di 5.400 positivi e dove si cominciano a registrare centinaia di morti, si rafforzano i controlli ma non si rinuncia alla chiamata al voto municipale, mentre le città si spopolano e tutti i luoghi pubblici si svuotano.

Radicale e simile all’Italia, la decisione della Spagna, arrivata anch’essa con notevole ritardo a percepire la reale natura dell’epidemia con poco meno di 8 mila casi e in totale isolamento e sotto stretto controllo anche con l’utilizzo dell’esercito. Mentre il contagio tocca direttamente i vertici del paese con la consorte del premier Sanchez risultata positiva ai test di controllo.

In Svizzera, sinora al di fuori delle cronache i contagi hanno superato di molto i 2000 e si cominciano ad assumere le prime misure di contenimento. Tutta la Repubblica Ceca è in quarantena.

E anche l›Austria come la confinante Slovenia, dopo aver dapprima tentato di isolare il paese dai nostri confini ora decide la chiusura totale seguendo proprio il protocollo italiano.

Siamo tutti italiani allora, … Wir sind alle Italiener, Nous sommes tous italiens, We are all Italians, Todos somos italianos….., non è più soltanto uno slogan , ma un afflato di solidarietà, di richiamo al destino che ci accomuna, una sorta di catarsi per tutti che, da italiani dovremmo accettare e rivolgere a tutti una nuova esortazione: siamo tutti europei!

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