La strategia di Macron in Europa

di Fabio Morabito

Il presidente francese Emmanuel Macron la battuta se l’è concessa in piena trattativa per il piano economico europeo d’emergenza. E il riferimento era per le quattro semifinaliste della Champions di calcio, due squadre tedesche e due francesi (poi ha vinto il Bayern di Monaco). “A Bruxelles come in campo, Francia e Germania motori d’Europa – è stato il messaggio di Macron sui social -. La cancelliera Merkel non mi rimprovererà il tifo per Psg e Lione”. In poche parole, e in un contesto di tifo calcistico, c’è la sintesi di quello che sembra il pensiero più sincero di Macron. Germania e Francia che comandano a Bruxelles. E lui naturalmente che fa il tifo per la Francia. C’è la sua strategia, la sua convinzione. Tutto. La Germania è la prima potenza economica europea, viaggia su ritmi di produzione elevati, sarà tra chi limiterà meglio i danni dall’emergenza sanitaria. Ed è in costante crescita anche nel prestigio internazionale. Vista da Parigi non è un avversario, ma un treno a cui bisogna agganciarsi (per l’economia), o un alleato con cui compattare il resto d’Europa. Ora che la Gran Bretagna è in uscita, la Francia è l’unica potenza nucleare nell’Unione, e questo le dà un peso importante anche nel confronto con Berlino. Ma se Macron ha una politica estera decisa e spregiudicata (lo si vede in Libia, dove ha appoggiato il generale Khalifa Haftar aggressore del governo legittimo insediato a Tripoli) Angela Merkel ha fatto di prudenza, buon senso e moderazione il filo conduttore della diplomazia tedesca. La Cancelliera non appare mai in prima fila. Non ne ha bisogno per decidere e portare tutti a darle ragione. Sulla Turchia, però, i due Paesi sono divisi.

Macron denuncia la politica aggressiva di Recep Tayyip Erdogan, il presidente turco che la stampa definisce “il sultano”. In parte ha ragione Macron: Erdogan è una presenza ingombrante anche nel Mediterraneo, dove tra l’altro contende a Cipro e Grecia una porzione di mare che nasconde un enorme giacimento di petrolio e gas naturale. Qui Macron ha inviato mezzi militari, tra cui la portaerei Charles de Gaulle, a scopo intimidatorio, in appoggio alla Grecia ma indirettamente anche della Total, la compagnia petrolifera francese interessata alle trivellazioni. In Libano, piegato dall’esplosione nel porto che ha devastato la capitale Beirut, Macron è stato attivissimo, anche qui irritando il “sultano”. Ma sulla Libia invece Erdogan si è schierato militarmente per difendere il governo legittimo riconosciuto dalle Nazioni Unite: e qui la Francia si è mossa in modo maldestro, perché ha scelto la parte sbagliata (Khalifa Haftar) credendo di poter lucrare concessioni sul petrolio. Invece, ora, a riscuotere i dividendi della protezione militare è la Turchia: in ballo ancora petrolio e controllo dei porti. Ma oltre a questo Ankara si trova presente nei due principali scenari della rotta dei migranti verso l’Europa: il fronte libico, il fronte siriano. Ovvio che la Germania non voglia rompere con Erdogan che ha già minacciato di destabilizzare l’Europa riaprendo la “rotta balcanica”, invece di bloccare i profughi siriani nel suo territorio confidando poi di creare, come già sta facendo, un’area in Siria dove confinarli. Un favore che Bruxelles ha pagato bene, ma che è forse la maggiore contraddizione dell’Unione. Infatti i siriani in fuga avrebbero tutto il diritto di entrare in Europa e chiedere asilo politico, perché la guerra civile nel loro Paese è tragedia esemplare per legittimarli. Il legame tra Turchia e Germania è controverso, ha attraversato frequenti occasioni di tensione, ma per entrambe le nazioni è un rapporto da proteggere. In Germania vivono tre milioni di turchi, ma più di tutto la Cancelliera teme che la Turchia non faccia più da “tappo” ai confini.

Nel Medio Oriente come in Libia. Ankara non fa mistero di considerare Angela Merkel la figura politica di maggior spicco in Europa. Del resto è proprio così. Macron invece non si preoccupa di essere considerato il maggior avversario di Erdogan, che un tempo ambiva, con il forte appoggio italiano, di far entrare il suo Paese nell’Unione. Non si preoccupa, e da questa situazione riesce a trarre intanto profitto. In queste settimane Parigi ha venduto alla Grecia – che vuole difendersi dalla Turchia – 18 caccia, per quasi cinque miliardi di euro. Erdogan è attivissimo, e ormai una regione della Siria è di fatto diventata turca (perfino la moneta che circola è quella di Ankara). Con piani, obbiettivi e alleanze diverse, Macron è però come Erdogan protagonista della scena. Dopo Beirut, si è recato anche a Bagdad promettendo sostegno militare contro i terroristi dell’Isis, confermando accordi economici, e inserendosi nell’equilibrio di potenze ed interessi contrapposti in questo Paese (dove, naturalmente, c’entra anche la Turchia). In politica interna, nei giorni scorsi – nella cornice solenne e simbolica, e probabilmente non casuale, del Pantheon – Emmanuel Macron ha inaugurato un poco prevedibile cambio di passo, parlando di “patriottismo repubblicano” che dovrà scongiurare i separatismi di alcune componenti della società francese (pensando evidentemente alla componente musulmana integralista).

“Non esiste una cultura francese – aveva detto Macron prima di questa nuova stagione politica – la cultura in Francia è diversa e multipla”. C’è anche qui un’iniziativa speculare con Erdogan: se quest’ultimo fa leva sull’islamismo per allargare l’influenza del suo Paese, Macron polemizza con l’islamismo. Naturalmente lo fa quando questo è considerato radicale e destabilizzante. Infatti, pure attento a sottolineare che non intende criticare una religione, avverte i francesi: nell’islamismo radicale c’è l’intenzione di realizzare una sorta di ordine parallelo che vuole prendere con il tempo il controllo della società. Non si tratta però di una mossa politica in preparazione delle future elezioni presidenziali. Macron non ne ha bisogno: con un indice di popolarità molto basso, se dovesse trovarsi al ballottaggio ancora contro Marine Le Pen, estremista di destra, vincerebbe come nel 2017 dove tanti francesi hanno scelto di votare il “meno peggio”. E per ora non si vede un avversario di peso da parte dell’area moderata o di sinistra. Ma in Francia per il Presidente si voterà nel 2022. C’è tempo. Anche per riconquistare la fiducia del popolo francese. La riforma delle pensioni, che aveva scatenato per mesi proteste di piazza (i cosiddetti “gilet gialli”, chiamati così perché il giubbetto che indossavano era una sorta di divisa della contestazione) a causa della pandemia è finita nel cassetto. E per far ripartire l’economia, il piano “France Relance”, fortemente voluto dall’Eliseo, sta ottenendo consensi internazionali. Sono cento miliardi di euro tutti da investire sul nuovo, con un piano omogeneo, invece della vecchia politica dei cosiddetti “interventi a pioggia” dove per ottenere consenso si rinuncia a un progetto. Il piano di Macron è tutto finalizzato alla modernizzazione del Paese, detassando e investendo nella competitività delle imprese private. Il piano si basa su tre pilastri. Trasformazione verde, con un terzo dei finanziamenti legati alla cosiddetta economia green. Coesione sociale e del territorio, con sostegno anche alle famiglie che hanno necessità. Innovazione delle imprese.Linee essenziali, che possono essere anche un buon modello da seguire per l’Italia. In Patria il piano di Macron viene criticato. Ma lui, ormai abituato alle contestazioni, non sembra curarsene. E dopo aver convinto più volte l’Europa potrebbe ritrovare consensi anche a casa sua.