La Lega isolata a Bruxelles pronta a cambiare

di Marta Fusaro

Il piano economico Next generation Ue deciso a Bruxelles e che vede l’Italia maggiore beneficiaria con circa 209 miliardi di euro tra aiuti e prestiti, è stato uno spartiacque per la destra italiana. Lega e Fratelli d’Italia, rispettivamente guidati da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, stanno riposizionando la loro linea europea. O almeno la Lega sta riposizionando, cercando un dialogo e un’”integrazione” che prima erano stati accuratamente evitati. Fratelli d’Italia ha una sua continuità eurocritica, che però ha trovato – anche per le dimensioni ridotte della sua rappresentanza parlamentare – meno attenzioni da Bruxelles. Ma oggi, dopo gli aiuti decisi in favore dell’Italia, l’euroscontro non ha senso. La Lega, nonostante sia il primo partito “sovranista” d’Europa, quando ha scelto con chi allearsi per diventare più forte a Bruxelles, si è indebolita, confinandosi nel gruppo “Identità e democrazia”, quello della francese Marine Le Pen e degli estremisti tedeschi dell’Alternative fur Deutschland. Un gruppo parlamentare dove neanche il primo ministro ungherese Viktor Orban ha voluto accasarsi, preferendo il Ppe, Partito popolare europeo.

Orban è considerato il leader dei sovranisti dell’Europa Orientale, per le sue leggi considerate illiberali è continuamente in conflitto con Bruxelles, è ammiratore dichiarato di Salvini, ma non si schioda dal primo gruppo parlamentare europeo. Da dieci anni consecutivi alla guida dell’Ungheria (ma è stato primo ministro anche per altri quattro), Orban sa bene che il Partito popolare è l’approdo che gli permette di trarre i maggiori vantaggi dall’appartenenza all’Unione. Giorgia Meloni tiene la barra a destra, ma non si avventura lontano dai Popolari. Più a destra, ma appena più a destra. Nel gruppo parlamentare dei Conservatori e Riformisti, dove neanche tre settimane fa è stata nominata (all’unanimità) Presidente. Si tratta del gruppo parlamentare dove, prima della Brexit, c’erano anche i Tory, i Conservatori britannici. Ed è il gruppo che è nato undici anni fa proprio da una costola dei Popolari. Una vicinanza che non è uno strappo. Mentre invece è uno strappo esibito la posizione di Salvini, che sperava di aggregare le forze “sovraniste” di tutta Europa, secondo un progetto politico che è contiguo a quello di Giorgia Meloni: Unione federale nelle differenze.

Ma Salvini, scegliendo di coabitare con gli estremisti, di fatto si è confinato all’irrilevanza. Senza i conservatori ungheresi (nel Partito popolare) senza i conservatori polacchi (nei Conservatori e riformisti), il gruppo parlamentare europeo “Identità e democrazia” è una strada senza uscita. E dà un connotato politico di destra estrema e nostalgica che è riduttivo per la Lega, che è una realtà più problematica e in movimento, attenta ad adeguarsi ai cambiamenti e alle opportunità. Cosa che ha permesso al partito guidato da Salvini di allearsi nel primo governo Giuseppe Conte con i Cinque Stelle, movimento che rifiuta le etichette di posizione destra-sinistra, ma che è nato e cresciuto su temi tradizionalmente di sinistra.

L’altra componente della coalizione di centrodestra, sempre compatta alla elezioni regionali, è Forza Italia, che appena due anni fa ne era il partito leader. Forza Italia è in declino apparentemente irreversibile, anche perché troppo legata alla figura di Silvio Berlusconi. Il fondatore oggi ha 84 anni, e per diversi motivi – non solo per l’età – è meno protagonista che in passato. Forza Italia comunque si è caratterizzata come europeista, ha espresso un presidente dell’Europarlamento (Antonio Tajani, ufficialmente il delfino di Berlusconi alla guida del partito), con Bruxelles rimarca molte più affinità che contrasti. Una differenza che permette al partito – nell’area politica del centrodestra – di essere ancora il riferimento dei moderati al voto. Il piano economico come spartiacque, nasce da qui: dal consenso che Giuseppe Conte ha riscosso per quello che è stato considerato politicamente un successo, al netto dei passaggi successivi (Parlamento europeo e Parlamenti nazionali). Ma se la Commissione europea ha soddisfatto Conte, il merito è anche di Salvini. Sì, proprio di Salvini: un merito indiretto, perché Bruxelles ha voluto premiare il governo non-sovranista, e in qualche modo – con gli step condizionali che possono chiudere il rubinetto degli aiuti – pone dei paletti per i prossimi anni, oltre perfino la fine naturale della legislatura (2023), quando in Italia si dovrà comunque rivotare.

Conte ha i suoi meriti, e Giorgia Meloni con intelligenza lo ha riconosciuto pubblicamente, ma anche la paura dei sovranisti ha favorito la benevolenza europea. Ma Bruxelles si è cautelata per il futuro: se il centrodestra passerà alla guida di Palazzo Chigi, dovrà sempre superare l’esame europeo. È inevitabile così che si ponga la questione di una Lega non filo-europea ma dentro alle regole europee. Di cui si parla molto in questi giorni, con Giancarlo Giorgetti nel ruolo di tessitore. Giorgetti è l’eterno consigliere dietro le quinte dei leader della Lega, che è rimasto saldo nel suo ruolo anche quando gli avvicendamenti sul ponte di comando non sono avvenuti serenamente. Laureato in Economia alla Bocconi ha costruito di sé l’immagine della ragionevolezza, quella più spendibile fuori dalle piazze e quindi dentro il palazzo. Da Giorgetti filtrano i cambi di rotta o quelli che si vogliono far credere tali. Ora la novità che circola sarebbe il riposizionamento della Lega verso Bruxelles, con – addirittura – l’intenzione di entrare nel gruppo dei Popolari. Forza Italia potrebbe essere il tramite nella mediazione.

In realtà le cose sono un po’ diverse. Giorgetti, l’uomo del dialogo e delle sfumature, già con Salvini aveva la delega per gli Esteri, e la sua posizione di oggi non è una sorpresa. Salvini ha fatto degli errori in Europa, anzi ha proprio sbagliato strategia credendo di poter aggregare il fronte degli scontenti, i quali proprio perché sovranisti non hanno nessuna intenzione, ad esempio, di appoggiare l’Italia sulla politica dei migranti del Mediterraneo lasciando ben volentieri tutti i problemi a Roma. Se invece avesse votato per Ursula von der Leyen sarebbe passato all’incasso del ripensamento sulle regole di Dublino che penalizzano Italia, Grecia e Malta, di cui la Presidente della Commissione europea si sta facendo carico, nonostante le difficoltà di aggiustare la mira di un Trattato che l’Italia aveva sottoscritto. Ma nella realtà Salvini non ha ignorato Bruxelles: il governo Conte-1 (quello con la Lega nell’esecutivo) è stato accomodante, anzi perfino solerte sui vincoli di bilancio, rispettati in pieno, nonostante parte autorevole della stampa avesse per mesi prefigurato una procedura d’infrazione a nostro carico. Di possibile uscita dall’euro in questi anni si è parlato, ma solo come evidente strumento di pressione politica, non come reale intenzione. La chiusura dei porti è stato un braccio di ferro con l’Unione europea che ha prodotto il risultato di una presa collettiva di responsabilità sullo smistamento dei migranti salvati in mare. Non sono mancati toni brutali e conseguenze giudiziarie. Ma la prima vittima tra i “bloccati in mare” è stato un profugo di 15 anni deceduto in una navequarantena non durante il governo precedente, ma pochi giorni fa. Quindi polemici con l’Europa, ma senza rotture. Però la Lega non ha nessuna fretta di bussare alla porta dei Popolari. Non solo per timore di un rifiuto (sarebbe già diverso se fosse il Ppe a invitare La Lega nel gruppo parlamentare). Ma comporterebbe una sconfessione, oggi, di un percorso che è stato miope, ma che non permette in tempi brevi una marcia indietro. Cambiare in questa legislatura non darebbe un’opportunità ma renderebbe visibile un opportunismo. C’è un’altra possibilità di cui si è parlato in questi giorni: sganciarsi dal gruppo sovranista per entrare in quello dei “non iscritti”, ma questo comporterebbe la rinuncia ai contributi parlamentari, e non avrebbe molto senso. Ma sono gli stessi dirigenti leghisti ad ammettere: così siamo isolati, non riusciamo a incidere su nessuna direttiva europea. C’è però un appuntamento, alla fine del prossimo anno, che potrebbe essere l’occasione per un cauto avvicinamento con il Ppe. Ed è l’elezione del nuovo Presidente dell’Europarlamento, andando a scadenza il mandato (è di due anni e mezzo) di David Sassoli, che fa parte del gruppo socialista. Ora quel posto spetta a un deputato dei Popolari e la Lega potrebbe dare un segnale.

A un vertice a Roma con gli europarlamentari della Lega, il 13 ottobre scorso, si è convenuto per una serie di incontri in Europa con le forze politiche più vicine, e sulla necessità di un’apertura al dialogo fuori da quello che è diventato un recinto. Un’apertura che è letta in modo diverso dai due principali quotidiani italiani, addirittura attribuendo a Salvini due dichiarazioni in contrasto. Su Repubblica: “Non andremo mai con i Popolari”. Sul Corriere della Sera: “Per ora non cambia nulla, ma del domani non v’è certezza”. Da mai a per ora, c’è un abisso. Qualcuno mette anche in discussione la leadership nel partito di Salvini, che però controlla come capo assoluto ogni diramazione della Lega. Il fatto è che in Italia, dopo il ventennio di Berlusconi, i leader si sono consumati in fretta. Matteo Renzi, premier per mille giorni, sembrava invincibile. Salvini ha accumulato consensi fino a quando non ha rotto con il primo governo Conte; da allora si è fermata – secondo i sondaggi – l’ascesa della Lega, mentre alla sua destra avanza costantemente il partito di Giorgia Meloni. L’avversario naturale indicato per Salvini all’interno del partito è Luca Zaia, governatore del Veneto appena rieletto con un quasi plebiscito. Ma Zaia ha più volte detto che sta lavorando per la sua regione e non ci pensa nemmeno a candidarsi per Palazzo Chigi. E poi l’unico avversario di Salvini nel partito è Salvini stesso, capace di logorarsi come nell’ultimo anno, ma dopo aver dimostrato una capacità straordinaria di moltiplicare i consensi.

In ogni caso, calcoli a parte, Salvini non si sposta dalla destra. In un comizio minore in occasione della campagna elettorale delle regionali (il 10 settembre a Figline Valdarno, in Toscana) si è presentato sul palco con un politico portoghese, André Ventura. Tutt’altro che noto in Italia, in Patria è il leader di Chega (vuol dire: Basta), partito di destra in Portogallo, la prima destra forte dopo la caduta del dittatore Salazar. In Europa nel gruppo Identità e democrazia. Salvini non ha problemi ad adattarsi alle nuove situazioni, però a quanto pare non vede il motivo di ricollocarsi nel Parlamento europeo, o quanto meno di farlo adesso. Ma accetta di passare a una gestione più collegiale del partito, dicendo di aver sempre preferito così, e il dibattito all’interno della Lega in effetti permette di allargarsi verso un elettorato più moderato senza perdere consensi tra gli euro-indignati.