Manteniamo le distanze

di Fabio Morabito
A “distanza” di una decina di giorni dagli accordi di Bruxelles, si può ragionare con più serenità, senza retorica o impressioni legate a soli calcoli matematici (quanti soldi concessi) sul significato dell’accordo del cosiddetto “Recovery Fund”. E si può riflettere se il termine “distanza” ora diventato un obbligo nei luoghi pubblici (“almeno un metro” e anche qualcosa di più), sia in realtà annullato, confermato o amplificato in un’accezione più diversa, quella dei rapporti tra Paesi dell’Unione europea, degli ideali, degli interessi, singoli o condivisi. In Italia la prima reazione è stata quella di definire chi ha vinto o chi ha perso. E i giornali si sono divisi in molti casi in tifoserie, tra chi riconosce al primo ministro Giuseppe Conte il merito di aver difeso bene gli interessi italiani e di aver ottenuto dei vantaggi, nell’intesa raggiunta, migliori del previsto. E chi – nella stampa più caratterizzata a destra – sostiene che chi avrebbe veramente vinto sono i Paesi Bassi, avanguardia spocchiosa degli Stati cosiddetti “frugali” che alle richieste (ed esigenze) di Italia e Spagna hanno fatto muro. In effetti, chi sostiene la prima tesi può affermare che se è cambiata la ripartizione tra sussidi e prestiti – aumentando questa seconda voce – l’Italia ha confermato la “potenza di fuoco” in miliardi (209 in tutto, di cui 81 di sussidi e il resto in prestiti) che le saranno riservati, sia pure a una serie di condizioni e sia pure in una dilatazione temporale che poco si addice all’urgenza di questa emergenza. Chi invece sostiene che la prepotenza dei Paesi Bassi si sia risolta in un beneficio per sé, ha a sua volta ragione: ad Amsterdam sono confermati gli “sconti” sulle risorse destinate dall’Europa (che sarebbero dovuti essere depennati con i nuovi 7 anni di Bilancio) e anzi: sono stati inaspettatamente aumentati. Quindi da circa 1,5 miliardi di euro l’anno che i Paesi Bassi risparmiavano, questa cifra sale a quasi due miliardi. E vantaggi in linea sono stati concessi agli altri Paesi “frugali” che con tanto moralismo avevano intrapreso questa battaglia politica sui Recovery Fund. La Germania, che pure ha un vantaggio simile, e che invece si è prodigata per far capire le ragioni di Roma e Madrid, ha visto confermare gli “sconti” che aveva ottenuto in passato.
Amsterdam ha vinto, si potrebbe dire, perché non solo parteciperà ai sussidi – che sono vincolati a progetti e condizioni – ma avrà ogni anno un regalo miliardario, senza dover giustificare alcunché. È chiaro che se si mettono a confronto risultati diversi, e se si misura chi ha vinto e chi ha perso in base a quanto ha ottenuto, e tutto si risolve in questo, non si potrebbe dire – benché in molti l’abbiano sostenuto – che ha vinto l’Europa. Perché l’Unione soffre la volatilità di un progetto comune, di cui si parla tanto, ma che poi è sopraffatta dalla somma di interessi singoli, magari contrapposti, certo equilibrati uno contro l’altro, ma che non è l’Europa nel suo insieme. Oppure, si può dire che ha vinto l’Europa – con un po’ di retorica e con molto ottimismo – se si vede la novità oggettiva di quanto è successo. Quando di solito ci si mette due anni per approvare un piano di Bilancio per i sette anni, ci si sono messi stavolta solo due mesi per un impegno di maggior complessità e novità. E per la prima volta si permette alla Commissione europea di indebitarsi – ed è debito comune – per distribuire sussidi. Se ne è parlato per anni, ora succede. Tutto questo affianca gli interventi della Banca centrale europea e che sono stati già messi in campo. Ora c’è un passo verso strumenti innovativi – per ora temporanei – dove la tassa sulla plastica – che sarà varata il prossimo anno – inaugurerà una forma transnazionale per finanziare l’Unione. La fiscalità comune è un’altra rivoluzione, e sono stati messi i presupposti perché diventi realtà. C’è poi un principio di “solidarietà” che in qualche modo è passato, e che è stato la bussola di una discussione così difficile. Naturalmente, a ridimensionare l’eccezionalità delle decisioni prese c’è l’eccezionalità di quanto è successo (la pandemia di coronavirus), una contingenza così drammatica che non poteva che portare a decisioni straordinarie. Si sta diffondendo la consapevolezza, almeno nella Germania che è la potenza-guida nell’Unione (per la sua economia tanto più forte di quella degli altri Paesi), che lasciare qualcuno indietro rallenta anche Berlino, soprattutto se questo qualcuno è l’Italia, che ha un ruolo complesso nell’industria europea, come ad esempio per la sua produzione nella componentistica per auto.
Fatto è che si sono sommate circostanze importanti (la solidarietà con l’Italia e la Spagna era un passaggio obbligato per un’Unione che ha già perso la Gran Bretagna) all’unicità del momento. Angela Merkel, la Cancelliera tedesca che non è mai stata così popolare, e viene incensata come la protagonista vincente della trattativa, parla a cose fatte di “una nuova era per l’Unione europea”. È vero? Sì, è anche vero, o almeno è possibile. Si sono rotti dei tabù – sia pure temporaneamente – come il cosiddetto “patto di stabilità”, e ora Bruxelles può indebitarsi vendendo obbligazioni garantite dal bilancio dell’Unione europea. Il “freno di emergenza” che è stato ottenuto da Olanda, Austria, Svezia e Danimarca, gli irriducibili contro il progetto franco-tedesco del Recovery Fund, non è stato recepito come era stato proposto (cioè un diritto di veto) ma solo come un minimo strumento di garanzia anche se molto antipatico. Antipatico, perché permette al singolo Paese (e non alla Commissione europea) di chiedere la sospensione degli aiuti qualora il programma di riforme di ognuno dei 27 Stati membri non sembri adeguato. Ma è poi la Commissione a decidere, e il Consiglio europeo (e il suo principio di unanimità, che è ambizioso ma potenzialmente ricattatorio) non avrà titolo per chiudere i rubinetti di sussidi e prestiti.
Angela Merkel, che ora viene indicata in tutta Europa come la vera vincitrice della quattro giorni (e quattro notti) di Bruxelles, ha partecipato stavolta dichiarandosi non convinta di poter chiudere la partita già in questo Consiglio europeo (ma ci sono ancora dei passaggi: all’Europarlamento, che ha espresso già le sue critiche su tagli considerati essenziali – dai fondi Erasmus al digitale -, ai Parlamenti nazionali). All’alba del 21 luglio c’è stato l’accordo. E Giuseppe Conte, che in Patria è al massimo della popolarità, può a buon diritto intestarsi un successo che non è solo suo, ma anche suo.
Ora l’Italia dovrà dimostrare di saper usare i fondi europei. Sarebbe anche questa una novità, perché la storia del rapporto del nostro Paese con l’Europa è costellato di sprechi e di risorse non utilizzate. E i soldi, i tanti soldi riservati a Roma sono per forza vincolati a condizioni. Nelle circa settanta pagine di conclusioni concordate dal Consiglio europeo, c’è l’impegno dei vari Paesi di presentare un “piano per il rilancio”, e c’è un paragrafo dedicato ai criteri di valutazione affidati alla Commissione per dare il via libera. E qui riprende fiato il solito discorso: le riforme. Le riforme che i singoli Stati devono fare per essere considerati “meritevoli” degli sforzi comuni.
C’è sempre un po’ di malessere su questo argomento, anche perché nessuno vuole essere costretto a fare qualcosa, ma vorrebbe liberamente poterlo scegliere. Ma c’è anche un punto di vista da considerare: che il rigore delle richieste europee potrebbe coincidere con l’interesse dell’Italia. Non coincide quando la pretesa europea è di risparmiare sugli investimenti in nome del Bilancio. Ma questo problema ora non c’è, perché ai singoli Paesi è concesso, data l’emergenza, di spendere quanto è necessario. Ora Palazzo Chigi deve pensare a presentare il suo piano per la ripresa che verrà valutato dalla Commissione nei due mesi successivi. «Nella valutazione il punteggio più alto – avverte il Consiglio europeo – deve essere ottenuto per quanto riguarda i criteri della coerenza con le raccomandazioni specifiche per Paese, nonché del rafforzamento del potenziale di crescita, della creazione di posti di lavoro e della resilienza sociale ed economica». In Parlamento, riferendo sul vertice di Bruxelles, Conte lo ha rimarcato: “Abbiamo vinto, ma la vera sfida comincia ora”. Le raccomandazioni sulle riforme sono un po’ le stesse degli ultimi anni. Una delle più delicate è quella del contenimento della spesa per le pensioni. Mark Rutte ha più volte fatto riferimento a “Quota 100”, e cioè la legge introdotta in Italia che permette il pensionamento anticipato a chi, tra anni di età e anni di contributi, raggiunge la cifra tonda di 100. Ma va ricordato che si tratta di una legge a tempo, che scadrà con la fine dell’anno prossimo e non c’è l’intenzione di riproporla. E le regole italiane per la pensione sono già tra le più rigide in Europa. Tra i suggerimenti fatti in passato da Bruxelles c’è il taglio delle pensioni più ricche, e l’autofinanziamento dei pensionamenti anticipati con la riduzione dell’assegno. Poi c’è lo snellimento dei processi civili e penali. Un nodo epocale. Sulla sanità invece il Consiglio europeo chiede di «migliorare il coordinamento tra autorità nazionali e regionali». E poi anche una serie di interventi sull’occupazione, anche sulla pressione fiscale, fino alla lotta al lavoro nero.
La Commissione dovrà approvare, ma non basterà. Dovrà esserci anche il via libera del Consiglio europeo a maggioranza qualificata. Se qualcosa si inceppa, e potrebbe essere una scelta politica, si potrebbe verificare un rimpallo tra Commissione e Consiglio europeo; non solo una volta, ma tutti gli anni. Per questo non deve sorprendere la reazione dei mercati nel giorno dell’accordo, che ha visto aumentare, e non diminuire, lo “spread” per l’Italia, e cioè la differenza tra i rendimenti dei nostri Btp e quelli tedeschi. Non sarà facile. L’Europa ha dato una prova di unità ma con tante crepe e difficoltà. Senza farsi illusioni, resta anche divisa, e basti pensare alla gestione dell’emergenza dei migranti, che condizionerà gli anni a venire. Ma anche sulle scelte di questi giorni l’accordo si è trovato in un equilibrio di dare e avere, che non è la cornice perfetta di una visione comune. In uno scenario complesso, che è quello di una ripresa economica a sua volta condizionata dalla possibilità di una nuova ondata di contagi della pandemia. In Italia i sacrifici hanno fruttato. La proroga dello “stato di emergenza” fino al 31 ottobre decisa dal governo ha scatenato una forte opposizione delle destre, ma la prudenza ha ottenuto dei risultati: sono meno i contagi da noi che negli altri grandi Paesi d’Europa, e anche la Germania viaggia su valori doppi.
Anche nell’economia, i risultati di Roma sono pesanti ma meno del previsto. La caduta del Pil (Prodotto interno lordo) nel secondo trimestre, per l’Italia è stato del 12,4%. Ma peggio è andata alla Francia (-13,8%) e alla Spagna (-18,5%), mentre ha contenuto i danni del “confinamento in casa” la Germania (-10,1%). Se può cominciare una nuova era, come dice Angela Merkel, il cambiamento è affidato alla responsabilità di ciascuno e alla sua capacità di non arrivare più in ritardo sulle occasioni e sulle opportunità, che pure ci sono anche in questi tempi difficili.