Erdogan fa il Sultano, è in rotta con la Francia

di Monica Frida

Ingombrante. La Turchia è attivissima in politica estera, e il suo ruolo in tutti i dossier strategici dell’area del Mediterraneo è sempre da primattrice. Il Presidente, Recep Tayyip Erdogan, a differenza dei leader europei, non nasconde il suo obbiettivo: un’influenza sempre maggiore dal Mediterraneo orientale (dove si gioca la partita delle risorse petrolifere sottomarine) fino alle coste dell’Africa, dove la sua leadership – per la quale usa come una leva la propria potenza militare di secondo esercito della Nato – vuole essere economica ma anche religiosa. La fede islamica è infatti la chiave per trovare sostegno e consenso non solo in Cisgiordania, ma anche nelle irrequiete regioni d’Africa che si affacciano sul Mediterraneo. Non solo in Libia, dove Erdogan ha sostenuto il legittimo governo di Tripoli militarmente. Così lontano dai balbettii di Roma, o dagli azzardi di Parigi (che ha preferito farsi amico il generale Khalifa Haftar, che ha perso la sua campagna d’assedio della Capitale). Ma anche nel Corno d’Africa, dove la grande novità è proprio l’attenzione – e la presenza – turca. Qui l’Italia può avere un ruolo formidabile per la conoscenza che ha della regione. Ma l’Etiopia e l’Eritrea (che giusto due anni fa hanno firmato una storica fine delle ostilità) come la Somalia, sembra quasi che non interessino più la Farnesina. C’è un mancanza di attenzione che danneggia anche la diplomazia europea lasciando il campo ai “nuovi attori”, dall’Egitto ai Paesi arabi fino appunto alla Turchia. Così come in Libia l’Italia è spiazzata, dopo anni in cui ha sperperato il suo credito politico. Ma almeno verso la Libia l’agenda della Farnesina può essere accusata di essere inefficace, certo non rinunciataria.

Il nuovo ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha giocato la carta del mediatore, trovando un apprezzamento esibito, più furbo che reale, da Haftar, aggressore di Tripoli. Il legittimo premier Al Serraj, dopo aver chiesto invano un appoggio militare a Roma, ha accettato l’aiuto turco che è stato decisivo nel respingere Haftar. Che intanto aveva più volte bombardato Tripoli, con i suoi missili che hanno sfiorato l’ambasciata italiana, l’unico avamposto diplomatico europeo aperto anche nei tempi più difficili di questa crisi libica. Roma comunque resiste come interlocutore gradito da Tripoli; il modello italiano, anche quando sfrutta le concessioni petrolifere, investe sulle competenze locali, valorizza gli ingegneri del posto, punta sulla crescita e l’integrazione industriale. E quando si tratta di operazioni di pace Roma è ancora imbattibile (ha inviato gli artificieri per bonificare il territorio dalle mine di Haftar). La concorrenza in Libia tra Italia e Turchia si gioca sull’affidabilità dell’alleanza. Tra Francia e Turchia non è concorrenza, è già da tempo scontro. Come per altro su tanti fronti. Ma nel caso della Libia è Erdogan che può vantarsi di essere dalla parte giusta, quella del governo legittimo di Tripoli aggredito. Mentre l’Eliseo ha giocato la sua incauta scommessa dalla parte sbagliata, appoggiando l’aggressore, confidando che sarebbe stata la parte vincente. Poi c’è la questione dei migranti. Si sa che un accordo miliardario con Bruxelles ha convinto Erdogan a fare da “tappo” dei migranti – prevalentemente siriani – che cercano il corridoio per entrare in Europa. Profughi che a tutti gli effetti avrebbero diritto di ottenere asilo politico ma che l’Europa, con disinvoltura pari al suo cinismo, ha ottenuto di “bloccare” non oltre il territorio turco. Ma ora, come miglior alleato del governo libico, Erdogan potrebbe rivendicare un ruolo anche di “arbitro” dei migranti che dall’Africa vogliono sbarcare in Europa.

E qui l’Unione europea potrebbe finalmente ricompattarsi. L’Alto rappresentate per la Politica estera europea è lo spagnolo Josep Borrell, che il 6 luglio scorso è andato ad Ankara per tentare di affrontare anche questo tema, ma il cammino è lungo e Borrell può molto poco. Le attese sono tutte sulle spalle di Angela Merkel e sul cosiddetto “semestre tedesco” nell’Unione (la Presidenza di turno del Consiglio europeo dal primo luglio è affidata alla Germania). La Cancelliera tedesca sulla questione libica prescinde dall’alleanza tattica con la Francia, e guarderebbe con più benevolenza a un ruolo italiano. I rapporti tra Europa e Turchia sono precipitati negli ultimi mesi, dopo che Erdogan – con la compiacenza di fatto del presidente americano Donald Trump, che ritirò i soldati nel territorio appena pochi giorni prima – bombardò nell’ottobre scorso i territori curdi in Siria. Il motivo dichiarato era quello di colpire “terroristi”, la realtà è che venivano colpiti i soldati curdi che avevano combattuto – e sconfitto – i miliziani dell’Isis. Allora l’Europa si indignò a parole, ma non fu capace di contromisure con una voce sola e al massimo reagì bloccando (o promettendo di bloccare) la vendita delle armi ad Ankara. Erdogan prontamente replicò che non avrebbe più fermato i migranti fuori dai confini dell’Unione. Il presidente francese Emmanuel Macron fu quello che seppe assumere una posizione netta, anche in sede Nato, che però infastidì Trump e imbarazzò Angela Merkel, che della cautela ha fatto il suo metodo politico. Sono passati anni, ma sembrano secoli, da quando la Turchia ha chiesto l’adesione all’Unione europea, e la sua domanda era caldamente appoggiata dall’Italia (allora era premier Silvio Berlusconi). Ora non se ne parla più, e non sarebbe possibile, fosse anche solo per la repressione dei diritti umani.Lo scontro con la Francia va ben oltre la crisi libica. Sul fronte della raccolta delle risorse petrolifere i due Paesi perseguono linee opposte, che si incrociano pericolosamente nel Mediterraneo orientale. Parigi punta a un’intesa con l’Egitto, dove realizzare uno gigantesco “hub”, un centro di interconnessione per il metano. Ankara invece mira a una rete di gasdotti che convogli il metano dai giacimenti verso l’Europa, avendo già ottenuto sul piatto del suo sostegno militare un riconoscente via libera dalla Libia mentre le avviate ricerche al largo di Cipro sono avversate (per ora invano) dal governo di Nicosia. Fatto è che Parigi è nervosa, e un mese fa una fregata francese in pattugliamento nel Mediterraneo (nell’ambito della missione Sea Guardian della Nato) ha cercato di fermare un cargo battente bandiera tanzaniana diretto verso le coste libiche venendo “illuminata” per tre volte, cioè puntata dai radar come bersaglio dei missili, da un paio di navi militari turche in veste di sorveglianza.

I militari francesi erano convinti che il cargo trasportasse armi, nonostante l’embargo dell’Onu, ma non lo hanno certo potuto verificare. Se ne è parlato in un vertice tra i ministri della Difesa nella Nato, dove però Parigi ha trovato la stessa poca comprensione che lamenta di trovare di questi tempi a Bruxelles. Parigi si è ritirata dalla missione Sea Guardian accusando Erdogan, ma non si può negare che nel suo pattugliamento sotto la bandiera dell’Alleanza Atlantica stesse facendo i propri interessi in Libia, che sono contrapposti a quelli turchi. Per ricucire i rapporti tra i due Paesi la matassa diplomatica è stata affidata ad Angela Merkel, che di questi tempi non si può dire che stia con le mani in mano. Se Parigi lamenta il suo smacco, Ankara al tavolo della Nato appare più determinata che in passato. Chiede un via libera alla repressione dei curdi in Siria, e pone il veto sul piano di difesa militare reclamato da Polonia e Paesi Baltici in chiave anti-Russia. C’è insofferenza tra gli alleati europei dell’Alleanza Atlantica, perché le due questioni non hanno nessun legame e quindi l’atteggiamento turco viene vissuto come un ricatto, protetto dalle ambiguità americane, dove pesa l’ostilità del presidente Donald Trump nei confronti dell’Europa come Unione. Mentre Ankara preme per un legittimazione Nato, l’aviazione turca sta bombardando anche il Kurdistan iracheno, sempre con l’accusa di voler stanare terroristi, nell’indifferenza della politica internazionale e dei grandi media. Solo la comunità cristiana e le agenzie cattoliche denunciano quanto sta succedendo, con la morte di civili e il terrore delle piccole comunità contadine.