Europa malata e divisa, l’invocazione del Papa

di Stefano Girotti

Non conosciamo bene l’origine del microrganismo che ha causato la pandemia, ma sappiamo che, in pochi mesi si è diffuso in tutto il pianeta dimostrando a tutta l’umanità di essere in grado di superare stati e confini, di colpire chiunque e di non guardare in faccia a nessuno, ricco o povero. Con triste ironia possiamo dire che ha “costruito ponti” non per il bene, come chiede Papa Francesco, ma per il male. Fino ad ora si registrano decine di miglia di vittime e centinaia di migliaia di contagi, ma oltre al rischio della vita, preoccupa lo spettro di una grave recessione economica che coinvolgerà non solo l’Italia. In questo scenario l’Europa dovrà fare scelte fondamentali e si metteranno in discussione anche i valori basilari dell’unione. Il Coronavirus, il nome deriva dal suo aspetto circolare con espansioni nella circonferenza ottenute con fotografie bidimensionali scattate con il microscopio elettronico, non ha bisogno di “ponti ideali” per superare le barriere culturali o religiose, è il nemico pubblico della specie umana che colpisce coloro che sono più debilitati e inermi. Circolano tante notizie, in Italia e all’estero, sul fatto che il Covid-2 sia sfuggito dagli esperimenti in laboratorio su cavie animali per poi fare un “salto di qualità” e riuscire a mutare per poter colpire chi gli metteva a disposizione un ambiente naturale migliore per progredire: l’essere umano.

Sta di fatto che i devastanti effetti di “suo cugino”, che provocò una grave epidemia iniziata nel Guangdon in Cina tra il 2002 e il 2004, non sono niente a confronto di quello che è successo a partire dal dicembre scorso nella zona di Whuan. E’ difficile fare un bilancio preciso della propagazione che sembrerebbe abbia seguito le rotte commerciali dalla Cina, utilizzando uomini e merci, per raggiungere molto velocemente l’Europa e gli altri continenti.

Inutile parlare di previsioni catastrofiche, il rischio è ancora alto anche in Italia dove si stimano centinaia di migliaia di contagi, tra quelli evidenziati o conclamati e quelli definiti “asintomatici” perché, non essendo colpiti da sintomi così gravi, non si sono rivolti alle strutture ospedaliere. Quasi tutti abbiamo avuto raffreddore e mal di gola con qualche linea di febbre, sintomi tipici di una normale influenza stagionale, ma non avendo accusato la SARS (Severe Acute Respiratory Syndromesindrome respiratoria acuta grave) non ci siamo preoccupati più di tanto fino a quando non abbiamo letto o sentito dai telegiornali le notizie, quasi un bollettino di guerra, e le raccomandazioni ripetute dal Governo per combattere il nostro nemico invisibile.

Per ora, in attesa di una cura e di un vaccino, l’arma migliore è la prevenzione accompagnata dall’isolamento. I laboratori scientifici di tutto il mondo stanno lavorando giorno e notte per trovare il rimedio, giungono molteplici notizie che fanno ben sperare, ma, nel frattempo, meglio evitare il rischio di essere contagiati o di contagiare gli altri, poiché potremmo essere dei portatori sani con il virus ancora attivo dentro di noi.

Il virus, per vivere, deve spostarsi da un organismo all’altro ed usa particelle nell’aria come fossero treni o aeroplani su cui viaggiare. Se il virus ci attacca attraverso le vie respiratorie, dopo 2 o 3 giorni è sceso all’interno del nostro corpo ed ha raggiunto i polmoni dove si comporta come uno scassinatore (utilizzando le sue chiavi-grimaldello per aprire i recettori Ace-2 delle cellule alveolari). Dopo essere entrato nelle cellule per impadronirsi del comando (rappresentato dall’ RNA che provvede a regolare le funzioni della nostra vita secondo lo schema imposto dal DNA umano) inizia a moltiplicarsi e a produrre il suo RNA, dando ordini diversi alle cellule, determinando funzioni che diventano patologiche: infiammazioni che impediscono la corretta respirazione, ipertensione arteriosa che mette in difficoltà reni e cuore, polmonite e infarto cardiaco.

Se il nostro organismo è sano, le nostre difese naturali (anticorpi prodotti dal nostro sistema immunitario ma anche batteri “alleati” che convivono con la specie umana) sono in grado di sconfiggere il Coronavirus, che dopo qualche giorno viene debellato ed espulso. Poiché il contagio è come una reazione a catena favorita da particolari condizioni meteorologiche come clima freddo e umido, speriamo che con l’arrivo della bella stagione ed il calore dell’estate la sua “virulenza” si abbassi. Intanto, però, dobbiamo prepararci ad un’altra grave sciagura: il danno economico che ci ha procurato il nemico pubblico numero uno. Una questione che metterà a dura prova la tenuta dell’Unione Europea, una sorta di cartina al tornasole per misurare la capacità di tenuta monetaria e la solidarietà tra gli stati membri di fronte alla crisi che ha colpito particolarmente l’Italia e la Spagna. Gli esperti profilano due ipotesi con scenari diversi ma egualmente devastanti:

1) Se finisse l’emergenza e, dal mese di Maggio il nostro paese potesse ritornare gradualmente alla normalità, gli effetti della “chiusura” delle attività produttive si potrebbero ripercuotere tra il 2020 e il 2021 ed il giro d’affari delle imprese italiane avrebbe perso quasi 300 miliardi di Euro.

2) S e questa situazione attuale dovesse protrarsi fino alla fine dell’anno, allora il deficit salirebbe oltre i 600 miliardi di Euro con un fallimento di oltre il 10% delle imprese.

Mentre le famiglie restano chiuse in casa e gli uomini di scienza lavorano incessantemente per salvare vite umane, a rischio della propria incolumità, il Papa prega per tutti gli esseri umani. Non fa distinzione tra credenti e non credenti, invita alla solidarietà, a non scoraggiarsi e ad unirsi a livello mondiale. Le immagini del Santo Padre che prega in silenzio per implorare la fine della pandemia in Piazza San Pietro, deserta e sotto la pioggia, di fronte al crocifisso ligneo della Chiesa di San Marcello, oggetto della venerazione dei romani durante la pestilenza del 1500, resteranno nella storia dell’umanità.

Invoca l’intercessione di Maria e concede l’Indulgenza Plenaria agli ammalati e a chi li assiste, rincuorando tutti i credenti che, per il rischio del contagio, non possono ricevere il sacramento della confessione per sentirsi in pace con Dio e con se stessi.

 

Papa Francesco e il virus: non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme

 di Papa Francesco

(L’omelia tenuta dal Pontefice il 27 marzo scorso, all’aperto sul sagrato di Piazza San Pietro a Roma)

 «Venuta la sera» ( Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

 È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40). Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati. La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

 Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

 «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

 «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» ( Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

 «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

 Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza. Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità , e di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

 «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» ( Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

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