Fioramonti, un cervello in fuga

di Fabio Morabito

Quella che segue, è una storia (e un personaggio) che raccontano i limiti, la confusione, l’inedaguatezza, le necessità della politica italiana. Dove una figura – controversa, ma di spicco – che ha conquistato in breve attendibilità in Europa si è messa, ed è stata messa, da parte in tempi così rapidi da farla ritenere un’anomalia, un segno di contraddizione. Si parla di Lorenzo Fioramonti, 42 anni, nato a Roma e cresciuto nel quartiere critico di Tor Bella Monaca. È stato per neanche quattro mesi alla guida del ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca. Ma non è un primato. Il mandato più breve nella storia repubblicana risale a 66 anni fa, e fu quello del deputato democristiano Egidio Tosato, vicentino. Allora il ministero era soltanto dell’Istruzione, e Tosato non fu di fatto mai operativo perché il suo incarico si arenò, dopo 22 giorni, con tutto il governo (Fanfani I).

Eppure Tosato era una figura anomala della politica come appare Fioramonti; deluso, dopo due mandati parlamentari, lasciò per dedicarsi ai suoi studi giuridici, da accademico. Erano gli anni Cinquanta, alla vigilia del boom economico. Gli esecutivi avevano durata anche molto breve, ma nel caso del primo governo Fanfani questo non superò il voto di fiducia in Parlamento. Fioramonti invece si è dimesso. Ma non in seguito a uno scandalo, a un infortunio, a una polemica. Si è dimesso perché lo aveva promesso. Infatti, nell’accettare l’incarico, si presentò chiedendo tre miliardi di investimenti in più per scuola, università e ricerca, argomentando – senza difficoltà, perché in questo settore cruciale l’Italia ha accumulato tagli e sacrifici, da cenerentola europea – che senza risorse nell’istruzione non c’è crescita economica. Chiedeva un segnale preciso di inversione di tendenza, anche se minimale (perché oggettivamente sarebbero necessari fondi più consistenti) e sul piatto mise il suo incarico. Un errore, perché si infilò in un vicolo cieco, e perché l’ottimismo estivo per il nuovo esecutivo (il “Conte due”) era (non solo, ma anche) l’auto-incoraggiamento corale della neo-maggioranza per dare un senso alla novità dell’intesa tra Cinque Stelle e Partito democratico.

In un vicolo cieco, perché mentre la stampa estera lo intervistava – e cercava, e lodava – per la sua decisione di introdurre l’educazione ambientale nella scuola, la stampa italiana gli chiedeva ossessivamente se si sarebbe dimesso o no. Non interessava il suo ragionamento sulle risorse da indirizzare per la scuola, ma cosa avrebbe fatto alla fine dell’anno (la linea rossa che si era dato). L’attenzione prevalente finiva con l’essere su di lui, e questo per il mondo dell’istruzione – che Fioramonti ha pure difeso con passione – era un obbiettivo distraente, non utile.

In Patria i giornali più faziosi hanno provato a ridicolizzarlo. Invece i rapporti con la stampa estera avevano tutt’altro tenore. In Europa (e non solo, perché di lui si è occupato – intervistandolo – anche il New York Times) aveva colpito la sua volontà dichiarata di introdurre l’educazione ambientale tra le materie scolastiche. In realtà si trattava di una forzatura. Dietro dichiarazioni epocali (“saremo i primi nel mondo”) c’era la sua interpretazione di come si sarebbe dovuta insegnare l’educazione civica, re-introdotta dal ministro precedente, Marco Bussetti, come materia a sé stante e in programma dal prossimo anno scolastico. Non c’era in ballo l’introduzione di una vera e propria “educazione ambientale”. E questo progetto, ora che Fioramonti, si è dimesso è lasciato in altre mani.

Eppure, al di là delle forzature, Fioramonti ha usato un linguaggio nuovo, un linguaggio che avrebbe avuto – anzi, già stava avendo – successo in Europa. “Perché questo ministro italiano servirebbe anche in Germania” titolò, parlando di lui, il settimanale tedesco Stern (dopo Der Spiegel, la testata più importante tra i periodici in Germania). Fioramonti propose subito – con la preparazione del docente in Economia – una tassa “ecologica” (quella sulle merendine) per finanziare la scuola, che è – come quella sugli inquinanti voli aerei o sulla plastica – una strada già indicata da tanti Paesi. Fioramonti ha specificato: non dico che si debba fare così, ma suggerisco di fare così. Da destra, ma non solo da destra, l’allora ministro è stato attaccato, ridotto a macchietta, deriso. Eppure delle sue proposte il governo, nella faticosa legge di Bilancio, ha tenuto conto. E peraltro l’Unione ha già tracciato la strada che metterà fuorilegge posate e stoviglie di plastica, cotton fioc, cannucce, che fanno parte del mercato della plastica usa e getta. In Italia, su questo come su altri fronti, c’è la rivolta delle corporazioni, e così c’è stata quella dei produttori di imballaggi contro la “plastic tax”. L’industria italiana delle stoviglie di plastica vale un miliardo di fatturato, esporta il 30% all’estero: ma davvero una tassa ecologica ne decreta la fine, oppure invita a una riconversione che prima o poi si sarà costretti a fare? Si fa un torto alla nostra inventiva difendendo quello che dovrà comunque cambiare. La prima fabbrica al mondo che ricicla i pannolini è in Italia, nel Trevigiano. “L’ambiente, lo sviluppo sostenibile, la formazione e la ricerca sono i veri temi del presente e del futuro” sostiene Fioramonti, lamentando che però nel mondo della politica si parla di altro.

Fioramonti è stato eletto deputato con il Movimento Cinque Stelle, che poi ha lasciato (entrando nel gruppo misto della Camera) subito dopo che le sue dimissioni sono state accettate, e dichiarandosi deluso, accusando la gestione “verticistica” e lo smarrimento dei valori iniziali dei “grillini”, tra cui primeggia la difesa dell’ambiente. Ma nelle incomprensioni reciproche anche i Cinque Stelle, che hanno valorizzato le competenze di Fioramonti offrendogli l’occasione di dirigere uno dei ministeri più importanti e visibili, possono rimproverargli un’autonomia eccessiva, e il fatto di aver già pensato a un proprio percorso politico quando era ancora ministro. Troppo rapida, dopo le dimissioni, la decisione di passare al gruppo misto; troppo insistenti le voci che porterebbero alla formazione di un gruppo di cui circola già il nome, “Eco”, che richiama ecologia ed economia, la sintesi in tre lettere del suo messaggio politico. Fatto è che la lettera di dimissioni è stata consegnata a Palazzo Chigi nei giorni sotto Natale, facendo affidamento su una riservatezza che è stata speranza ingenua per un documento passato sotto altri sguardi.

E così il 26 mattina, sui social, Fioramonti, dopo che la notizia era filtrata, ha reso pubblico che aveva rimesso il suo mandato a Giuseppe Conte. Il primo ministro non sembra abbia neanche provato a fargli cambiare idea. Anzi. Si è affrettato a sostituirlo, forse per evitare uno strascico di candidature contrapposte e polemiche al seguito. Sdoppiando il ministero: quello dell’Istruzione a Lucia Azzolina, già sottosegretario, eletta deputata con i Cinque Stelle; quello dell’Università e della Ricerca a Gaetano Manfredi, presidente della Conferenza nazionale dei rettori, come “tecnico” di area Pd. Che è poi, se si vuole, un omaggio al ministro dimissionario: ce ne vogliono due per prendere il suo posto. Un omaggio amaro, perché è probabile che l’uscita di Fioramonti sia stata accolta anche con sollievo dal vertice del Movimento che lo aveva portato in Parlamento. Un sollievo miope: Fioramonti è competente e visionario – nel migliore senso del termine – e sarebbe stato meglio anche per i Cinque stelle appoggiarlo, non provare a “normalizzarlo”. Facendone un biglietto da visita, non scaricandolo come un eretico. Fatto è che Fioramonti, pur muovendo importanti passi concreti – come il difficile accordo sui precari – ha accompagnato il mondo della scuola in un breve viaggio di illusioni.

Questa esperienza è stata più una vetrina per il suo percorso politico che il prologo di quell’inversione di tendenza (nelle risorse, nell’attenzione) che è necessaria per rilanciare l’istruzione e la ricerca, e che lui giustamente aveva invocato. Ma i grandi cambiamenti in un ministero si fanno anche dietro le quinte, non per forza dal palcoscenico.

Fabio Morabito

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