I quattro problemi della politica estera italiana

di Monica Frida

Non è un periodo brillante per l’Italia in politica estera. L’aver ottenuto un rinvio sul Fondo salva- Stati non è neanche un successo, anche perché sembra molto difficile che Roma possa riuscire ad ottenere condizioni più favorevoli dell’impianto già concordato dell’accordo. Oltretutto per vari motivi il rinvio ci sarebbe stato lo stesso, perché chiesto anche da altri Paesi e per i tempi “europei” nella traduzione in tutte le lingue di un’intesa così tecnica. Il tipo di pressione che viene fatto sull’ormai inevitabilità della firma per salvare l’immagine dell’Italia in Europa è invece solo una forma di persuasione, non il rischio di una reale cattiva figura. La ratifica parlamentare è un atto previsto, quindi non un colpo di mano o un ripensamento di chi ha condotto (e di chi condurrà) la trattativa. il problema dell’Italia sul fronte della politica estera è altro. Prima di tutto, la mancanza di autorevolezza.

Nei rapporti con la Russia la percezione – purtroppo non sbagliata, perché è stata spesso rimarcata esplicitamente dai nostri leader – è che ci sia una preoccupazione di carattere commerciale. Il che è vero e giusto, le sanzioni penalizzano le nostre esportazioni verso Mosca, ma sarebbe meglio comunicare una visione “alta”. E la visita a Palazzo Chigi del ministro degli Esteri russo, l’autorevole Sergej Lavrov, è avvenuta poco dopo che il presidente Vladimir Putin si era recato a Parigi, incontrando Emmanuel Macron e Angela Merkel, e riconoscendo a loro il ruolo di mediatori per un percorso di pace per l’Ucraina. Il secondo problema della nostra diplomazia è la mancanza di iniziativa. Non c’è bisogno di un attivismo sfrenato come il presidente francese, ma non può funzionare il seguire sempre le tracce disegnate da Berlino e Parigi, trovando la propria forza solo nel potere di veto. La nostra politica in Europa è distratta e in ritardo, i grandi accordi industriali vivono sull’asse Francia e Germania, quando l’Italia avrebbe tutte le carte in mano per rivendicare un ruolo da protagonista. E quando l’Italia è presente nelle iniziative, manca di costanza, che è il terzo problema: il futuro sono le grandi cooperazioni industriali, che chiedono grandi investimenti. Se l’Italia resta fuori ora rischia di pagare questo ritardo a lungo.

Questa marginalità è confermata anche dagli incarichi europei. In Commissione all’italiano Paolo Gentiloni è stata dato il ruolo nominale che il governo italiano (con miopia) chiedeva, quella all’Economia, non esattamente il profilo di competenza dell’ex Primo ministro. E senza una vicepresidenza, riconosciuta a tutti gli altri Paesi più forti, poi, non è la stessa cosa: Gentiloni è tagliato fuori da un livello di riunioni.

Infine, il quarto problema. La politica italiana in Europa è troppo condizionata dalle questioni di politica interna. Il continuo tira e molla con Bruxelles sul Bilancio ha fatto sì che spesso l’Italia si piegasse su altre questioni per ottenere benevolenza sul deficit. In passato, ci sono state rinunce pesanti come quelle sul Trattato di Dublino che impone come Paese d’accoglienza quello dove sbarcano i migranti. Giovanni Tria, ministro dell’Economia nel governo Conte 1, ha ammesso che la trattativa sul Fondo salva-Stati cominciò male per l’Italia proprio per le difficoltà, nell’autunno 2018, dovute al confronto con Bruxelles sulla legge di Bilancio.

Tutto il contrario di come gestisce le cose l’Eliseo. Macron, infatti, non permette alla crisi interna di condizionare il suo approccio nella politica estera. Le enormi difficoltà che la sua Presidenza ha in Patria sembrano un altro mondo rispetto all’agenda europea.