Arriva Gentiloni, una sorpresa a Bruxelles

di Fabio Morabito
La battuta, peraltro esile, è una tentazione: c’è un Conte anche nella Commissione europea. Solo che non si tratta di Conte Giuseppe, il primo ministro che appena martedì 10 settembre ha incassato la fiducia del Senato, il giorno dopo la Camera, ed ora è pienamente operativo. Si tratta del Conte – inteso come titolo – Paolo Gentiloni Silveri, 65 anni da compiere, di antica nobiltà marchigiana, che avrà un posto in prima fila nella Commissione europea guidata, dal primo novembre prossimo, dalla tedesca Ursula von der Leyen.
Ventisette componenti, uno per ogni Paese dell’Unione (è fuori per sua volontà la Gran Bretagna, che ha scelto l’accidentata via d’uscita diventata incubo, la “Brexit”), 14 uomini e 13 donne, nell’equilibrio massimo possibile – quando il totale è dispari – di parità di genere, uno degli obbiettivi che si era posta con caparbietà la nuova Presidente. Gentiloni è l’ultimo nome fatto ad Ursula, in extremis, quando la neoeletta aveva raccolto le indicazioni di tutti gli altri Paesi (penultima, la Francia).  Per l’Italia si è atteso un po’ di più, considerando le disavventure politiche estive di Palazzo Chigi, che ha visto cambiare governo e alleanze, anche se poi sempre Giuseppe Conte è rimasto al timone. Ursula ha aspettato, e ha lasciato a Roma una competenza importante, che è poi quella che aveva espressamente chiesto Il nobile marchigiano non era certo tra gli entusiasti del governo Conte 2, e Matteo Renzi, ex-premier, ex-segretario del partito, lo aveva accusato di remare contro.
Ma anche se tutto questo fosse vero nulla toglie alla qualità del lavoro che potrà fare, in sinergia con il nuovo ministro dell’Economia, che dopo un tecnico (Giovanni Tria) è un politico (ma esperto e competente), Filippo Gualtieri. Anche Gualtieri è Pd: era europarlamentare, ma ha lasciato il seggio a Bruxelles per fare il ministro (un investimento sul governo, che conferma come le aspettative dei due alleati – Cinque Stelle e Pd – siano per un esecutivo di legislatura).
Che il nostro rappresentante sia “controllato” da Dombrovskis, almeno seguendo le gerarchie della Commissione, è un fatto. Nonostante l’Italia sia un Paese fondatore, mentre la Lettonia è entrata nell’Unione solo con il nuovo millennio. E nonostante la differenza tra le due economie: quella italiana pesa trentasei volte la Lettonia.
Quindi Gentiloni prenderà il suo incarico senza la delega alla Concorrenza, corteggiata a lungo da Palazzo Chigi, ma che è rimasta, come abbiamo visto, alla danese Margrethe Vestager, e questo è un bene per tutta l’Europa. Invano l’ha richiesta anche la Francia. Così Ursula, su questo delicato nodo, ha dato un primo segnale “europeo”.
Vestager, soprannominata “Lady Tax” dal presidente americano Donald Trump (per le multe che ha inflitto alle multinazionali del web), è più che all’altezza del ruolo.
Pochi mesi fa si era opposta, dimostrando quindi indipendenza da Berlino e Parigi, anche alla fusione franco-tedesca Alstom-Siemens, che avrebbe prodotto un colosso nel settore ferroviario, a scapito dei vantaggi della libera concorrenza. Non è poi chiaro se Gentiloni sarà componente fisso dell’Ecofin, Il Consiglio dei ministri dell’economia e delle finanze di tutti gli Stati membri.
Sarebbe un limite importante. E comunque, non essendo vicepresidente, perde un “livello” di riunione (gli otto vicepresidenti e la Presidente) dove lui è escluso.
Gentiloni si occuperà di conti pubblici, e del Patto di stabilità e crescita.
La lettera che gli conferisce l’incarico gli consente di utilizzare “tutta la flessibilità che le regole consentono”.
Bene si comprende perché l’Italia, sempre in affanno al momento del bilancio, e sempre in conflitto con Bruxelles e la sua severità, abbia voluto occupare questa casella.
E ben si comprende che von der Leyen abbia cercato di circoscrivere il potere di Gentiloni, dopo aver ascoltato i malumori dei Paesi del Nord, rigidi non solo nelle temperature ma anche nella gestione dei conti pubblici. “Non siamo disposti a pagare i debiti italiani” è stato il pesante commento dell’ex cancelliere austriaco Sebastian Kurz quando si è saputo che l’ex premier italiano avrebbe avuto gli Affari economici, quelli che gestirà fino alla fine di ottobre il francese Pierre Moscovici, noto in Italia per i suoi costanti scontri con i nostri governi.
Naturalmente la scelta del neocommissario italiano non è stata agevole neanche in Patria, perché è un altro incarico di peso affidato al Partito democratico nell’accordo che ha portato al governo Conte 2, quando i Cinque Stelle contano su una rappresentanza parlamentare (in Italia) molto più consistente.
Ma in questo Palazzo Chigi ha seguito, volontariamente o no, un criterio coerente, deciso già quando il socio di governo con i Cinque Stelle era la Lega.
Il criterio – individuato prima delle elezioni – era che l’incarico sarebbe andato a un esponente del partito con più voti alle Europee.
La Lega ha stravinto, ma rispetto ai Cinque Stelle è andato meglio il Pd.
Conte avrebbe rispettato l’accordo con la Lega, anche se naturalmente sarebbe stato più difficile far accettare un sovranista estremista.
E infatti si era fatto dare dal segretario del partito, Matteo Salvini, una lista di quattro nomi, tra i quali spiccava quello di Gian Marco Centinaio, ministro dell’Agricoltura.
C’era anche Giulia Bongiorno in quell’appunto, ma solo per le insistenze della von der Leyen di indicare un’alternativa al femminile, per il cosiddetto equilibrio di genere tra i commissari.
Un leghista in Commissione non sarebbe stato “gradito”: c’è un solo sovranista tra i 27, il polacco Janusz Wojciechowski, proprio all’Agricoltura.
Sarebbe andata diversamente con un esponente di area, ma non organico alla Lega. Ma con il ribaltone del governo italiano il problema non si è posto più.
C’è poi il fatto che l’asse Europa- Italia in economia sia tutta Pd, cosa che però può essere anche utile per evitare conflittualità, e favorire una migliore collaborazione tra Bruxelles e via XX settembre.
Ma tutto questo sembra poter forzare l’equilibrio politico di governo.
C’è da dire però che il Movimento non ha (ancora) un bacino di competenze importanti dove scegliere, e naturalmente neanche esperienza di governo.
In Italia si può esordire e crescere, nella Commissione europea l’esperienza è necessaria. Ed ecco che si cede alla richiesta del Pd di prendersi anche questo spazio.
Fabio Morabito