Quale Europa dopo il voto

di Fabio Morabito

Il primo verdetto delle elezioni euro.pee si è avuto ancora prima di aprire le urne. Ed è il dato dell’affluenza: in forte crescita. Un fatto che è il primo segnale dell’importanza dell’Europa, o almeno di come viene recepita dai suoi cittadini. L’affluenza è stata del 51%, il miglior risultato da un quarto di secolo, e cinque anni fa era stata appena del 42,6%. Poi, a urne aperte, il dato complessivo è che la matematica premia ancora le forze tradizionali europeiste, anche se questo era prevedibile e previsto. Ma fa effetto, benché anticipato e raccontato già dai sondaggi, vedere che in tre grandi Paesi dell’Unione hanno vinto forze che sono fuori dai principali gruppi europei, e cioè: la Lega di Matteo Salvini che trionfa in Italia, Marine Le Pen con il suo Raggruppamento nazionale primo partito in Francia, Nigel Farage e il neonato Brexit Party primo in Gran Bretagna. Ma anche questa frammentazione e malessere diffuso non spiega tut.to. Il caso italiano resta particolare: i due partiti di governo, Lega e Cinque Stelle, sono fuori dalle storiche famiglie della democrazia europea, e cioè Partito popolare e Socialdemocratici. Sono fuori anche dalla terza forza candidata a governare l’Europa, e cioè i Liberali. Sono esclusi, marginali, in particolare i Cinque Stelle la cui “famiglia” d’elezione dovrebbe essere quella dei Verdi, ma i Verdi europei non li vogliono perché in Italia governano con la Lega di Matteo Salvini. E questa è l’altra sentenza del voto: Salvini ha fatto la sua campagna elettorale impostandola sul cambiamento delle regole in Europa, e scommettendo di riuscire ad ammorbidire i vincoli di bilancio. Ma il suo successo personale e della Lega non lo inseriscono in nuovi equilibri e lo stanno lasciando fuori dalla porta. Con il paradosso che potrebbero contare di più il Partito democratico, o addirittura Forza Italia che ha visto dimezzata la sua rappresentanza, perché inseriti rispettivamente nel gruppo Socialdemocratico e in quello del Partito popolare, che sicuramente saranno al governo dell’Unione. E infatti il grande protagonista a Bruxelles, nel primo vertice del dopo-voto (“informale” nella definizione, molto concreto nei fatti perché si parla già di chi dovrà essere il successore di Jean Claude Juncker in autunno) è stato il Presidente francese Emmanuel Macron.

Superato in Patria nei voti da Marine Le Pen di oltre un punto percentuale, è non soltanto il Presidente in carica, ma è inserito nei partiti che contano e che decidono. Macron starà con i Liberali (un centinaio di parlamentari), la Le Pen nel suo gruppetto di destra, una sessantina di deputati. Gli equilibri sono sostanzialmente immutati, anche se la realtà del Parlamento che è uscita dalle urne è inevitabilmente più complessa e frammentata. Non c’è solo una più forte -ma per nulla decisiva -presenza “sovranista”, intendendo con questo i partiti che sovrappongo. no l’identità nazionale a una vocazione europeista; c’è anche una sinistra ambientalista (i Verdi) che dà voce a una sensibilità che però è presente anche in altri partiti e che ha già portato l’Europa a trascinare gli esecutivi nazionali verso politiche sostenibili. Ma i Verdi sono una realtà che fa da contrappeso ai populismi di destra, e avanza.no, come aria fresca in quei Paesi come la Germania dove il centrosinistra tradizionale è in crisi, ma la destra estrema non è avanzata. L’Italia è quindi il caso anomalo, dove non c’è stato un aumento dei votanti, e con un’eredità di incarichi in Europa che non potrà mantenere. E Salvini non aveva fatto ancora in tempo a festeggiare la vittoria, che era già pronta una “lettera di richiamo” della Commissione, che mette in mora Palazzo Chigi sulla sua politica economica e per il debito pubblico in salita, minacciando sanzioni pesanti. Una lettera muscolare, quando si sta discutendo il cambio di go.verno dell’Unione (che, altra regola europea, è però differito rispetto al voto). Inopportuna quanto si vuole, ma certo segnale di un clima ostile al vincitore; un conto è il campiona.to nazionale, un conto la Champions, come potrebbero dire con cognizione di causa i tifosi della Juventus (se ci è permesso il paragone sportivo). Salvini peraltro è già il nemico designato, e aver vinto (anzi, stravinto) le elezioni non cambierà la politica europea, tra vecchia Commissione e nuova. Roma sarà sempre stigmatizzata per l’eccessivo debito pubblico e invitata al rispetto dei parametri, anche a costo di politiche d’austerità e quindi probabilmente recessive. E Salvini è il ministro dell’Interno, non quello dell’Economia e neanche il Primo ministro. Non sarà lui a tratta.re deroghe o scappatoie. In Europa, per ora, sta solo compattando i suoi avversari, e non si fatica a immaginare che ci sarà intransigenza con l’Italia nel blocco della Francia e dei Paesi nordici, fino all’Austria (dove i sovranisti hanno perso posizioni, ma non erano e non sono in sintonia con la Lega). Nonostante questo, e forse anche consapevole di questo, il giorno dopo il voto Salvini ha lanciato l’idea di un “patto sovranista”, un contratto con le altre forze politiche presunte affini (ma ogni sovranista va per definizione per conto suo). “Perchè un gruppo di cinquanta deputati vale qualcosa. Un gruppo di cento o più grande vale moltissimo”, dice il capo leghista. Solo che i deputati del Par.lamento europeo sono 751, e quindi alla fine cento sono pochi. Sono ritornati in voga i partiti tradizionali in Spagna, Portogallo, perfino in Grecia -massacrata dall’austerità imposta dall’Europa -dove la destra estrema di Alba Dorata ha dimezzato i con.sensi. Quindi Salvini si rivolge a una platea che non si è rafforzata come alla vigilia in molti credevano. Paradossalmente, l’Italia potrebbe pesare di più se nell’alleanza parlamentare si aggiungessero, con Po.polari e Socialdemocratici, oltre ai Liberali anche i Verdi. I numeri possibili permettono una maggioranza a tre con i Verdi al posto dei Liberali (e in questo caso ci sarebbe un più significativo spostamento a sinistra), ma è più probabile che il partito de.gli ambientalisti, se non escluso, sia semmai il quarto invitato. Questo perché i Verdi hanno affinità con il programma (e l’attività nel Parlamen.to europeo) dei Cinque Stelle, che in Italia sono ancora gli “azionisti di maggioranza” del governo. E poi perché potrebbero fare da sponda alla richiesta, che da Roma ci sarà ancora per tanti anni a venire, di maggiore flessibilità di bilancio.

L’altro caso anomalo nel Parlamento è la Gran Bretagna. E alle Europee il partito che non vuole stare in Europa, il “Brexit Party”, è la prima forza politica in Europa. Ha ottenuto oltre il trenta per cento dei consensi. In un’elezione che è stata un terremoto: i Conservatori, partito di governo, sono diventati il quinto partito (8,9% dei suffragi), superati oltre che da Brexit Party, dai Liberal-democratici, dai Laburisti, perfino dai Verdi. Dagli almanacchi emerge che i Conserva.tori britannici non sono mai andati così male da duecento anni a questa parte. Il Brexit Party è stato fondato pochi mesi fa da Nigel Farage, che aveva lasciato gli indipendentisti dell’Ukip. Il suo successo, però, non deve far credere che i britannici siano ancora convinti della Brexit. I Liberaldemocratici e i Verdi, partiti europeisti, insieme superano il Brexit Party. E alle Europee ha votato neanche il 37% degli aventi diritto. Una confusione completa. Ma i britannici parlano con l’Europa mentre sono sulla porta di casa, gli italiani vorrebbero parlare in salotto. E questo per ora non è possibile. Con Macron che ha già stabilito un’asse preferenziale con Pedro Sanchez, il leader socialista spagnolo che ha vinto le elezioni, la sponda da ritro.vare è quella con la Germania, dove la Cancelliera Angela Merkel ha visto ancora una volta erodere i consensi del suo partito, i Cristiano-democra.tici, scesi sotto al 30% ma sempre forza di maggioranza relativa. Una visione comune con Viktor Orban (il leader ungherese sovranista, grande vincitore con la maggioranza asso.luta nel suo Paese) o con Marine Le Pen non apre nessun nuovo orizzonte, ma anzi fa rischiare un maggior isolamento. Il problema non è un pregiudizio sull’Italia, che pure c’è, ma è quell’insieme di numeri che raccontano un’Italia con un debito pubblico elevatissimo (e ancora in aumento), un Prodotto interno lordo in aumento asfittico, un alto tasso di disoccupazione. A questo si aggiunge la volontà di condizionare le politiche europee senza essere tra gli azionisti di maggioranza. Ora sarebbe difficile, ma se nel Parti.to popolare c’è entrato Viktor Orban, anche il Salvini che brandisce il rosa.rio avrebbe potuto a suo tempo trovare ospitalità nel gruppo di comando. E invece resta fuori, sostenendo però che cambierà l’Europa. Mentre tutto fa pensare che la sua partita -al di là di appelli e proclami -continuerà a giocarla in casa.

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