Macron brucia il pupillo della Merkel

di Monica Frida

Smartphone, telefonini e computer fuori dalla stanza. L’ordine di Donald Tusk, il polacco Presidente del Consiglio europeo è stato categorico. Non era mai successo, ma stavolta il negoziato è così delicato dal suggerire precauzioni senza precedenti. A Bruxelles martedì 28 maggio, appena due giorni dopo il voto per il Parlamento europeo, si sono riuniti Capi di Stato e di governo dei 28 Paesi dell’Unione per un “vertice informale”. Ma dietro quell’”informale” c’è tutto. Si devono decidere i nuovi assetti, a cominciare dal Presidente della Commissione europea. Al posto di Jean Claude Juncker, lussemburghese, rappresentante del Paese di gran lunga più piccolo dei 28, era in ballo come favorito il candidato di un Paese gigante. Gigante come potenza economica e politica, e gigante ancora di più se inquadrato negli equilibri difficili e traballanti dell’Unione. Quindi, un candidato tedesco. E lui (perché è un lui) si sentiva già vincente, forte della benedizione da Berlino di Angela Merkel, la Cancelliera. E forte anche dell’indicazione ufficiale nello scorso novembre del suo partito in Europa, il Partito popolare, che dopo il voto di fine maggio ha mantenuto la maggioranza relativa. Si tratta del bavarese Manfred Weber, che non ha certo nascosto la sua fiducia nell’essere il prescelto. “Come Presidente della Commissione europea riunirò le persone per un’Europa forte, democratica e sicura” è la sua promessa che campeggia nel suo sito personale. Neanche la scaramanzia l’ha salvato. Non scrive infatti “se sarò Presidente”, ma “come Presidente”. Però l’inciampo c’è stato subito. Un veto che appare come definitivo, nonostante gli sforzi di Angela Merkel di chiedere più disponibilità al compromesso. L’inciampo si chiama Emmanuel Macron, il titolare dell’Eliseo. In Francia alle Europee il partito di maggioranza relativa è stato quello di Marine Le Pen, estrema destra, ma a Bruxelles è un’altra storia. E Macron probabilmente lo vuole rimarcare da subito. E in questo la candidatura di Weber gli fa gioco. Berlino ritorna antagonista dopo le tante dichiarazioni di amicizia politica, trattato di Aquisgrana compreso.

Naturalmente, la diplomazia impone che ci siano delle regole di buona creanza, e deporrebbe male il veto su un nome (in realtà sarebbe sulla nazionalità: troppo potente la Germania perché l’ambizioso Macron gli conceda la carica politica numero uno in Europa). E allora il giovane Presidente francese dà un’indicazione sui requisiti: il successore di Juncker deve essere una personalità europea ma anche con un passato di rilievo nel suo Paese. Del resto Juncker era stato primo ministro nel Lussemburgo (numero di abitanti: quanto la provincia di Latina). Invece Weber ha avuto solo esperienze di politica locale, e poi è approdato in Europa. Quindi, bocciato. Ma si tratta di un veto che però si potrebbe ritorcere contro Macron, qualora Angela Merkel decidesse di autocandidarsi. Sarà difficile obiettarle scarsa esperienza politica. Ma questo è un colpo di scena che non è stato ancora messo in conto: infatti la Cancelliera da tempo sta lavorando per un dichiarato, anche se graduale, ritiro dalla scena politica. Ma appunto: dichiarato. E sono in molti a non credere a un suo volontario tramonto. Macron, per rafforzare la sua idea, avrebbe indicato già alcuni nomi che vedrebbe bene al posto di Juncker. Coerentemente avrebbe suggerito politici di lungo corso o primi ministri in carica. Restando però essenzialmente vicino a una precisa area geografica (Olanda e Belgio) e politica (i liberali). I nomi che circolano sono infatti quelli di Charles Michel, primo ministro belga, liberale, e Mark Rutte, primo ministro olandese, anch’esso liberale. Poi anche il socialdemocratico Frans Timmermans, politico di lungo corso, olandese e socialdemocratico Anche se il primo nome attribuito a Macron sarebbe stato quello di una danese, Margrether Vestager, liberale. Un francese c’è per forza, nella lista. Si tratta di Michel Barnier, che 24 ore dopo il vertice, circolava con esistenza. Lui è del Partito popolare, che nel novembre scorso però aveva già scelto a larga maggioranza il nome di Werner.

I deputati di Macron andranno a far parte del gruppo dei Liberali, che dovrebbero essere tranne improbabili sorprese il terzo alleato con Popolari e Socialdemocratici al governo dell’Unione. Questi due ultimi sono i grandi attori che hanno governato l’Europa in tutti questi anni, ma stavolta non ce la fanno da soli. Nessuno parla di un’alleanza con i Verdi, che però sarebbe possibile. Il presidente della Commissione europea deve essere indicato dai capi di governo, e deve essere espressione della maggioranza. I Liberali potrebbero avere più voce in capitolo in quanto nuovo soggetto in campo, ora che Popolari e Socialdemocratici non ce la fanno da soli. Ma per un incarico così in mostra incidono tanti fattori, che sono quelli inevitabili della politica: il consenso trasversale, gli accordi di scambio, i veti incrociati, gli equilibri complessivi con le altre cariche, presidente della Banca centrale europea compreso (il mandato di Mario Draghi è in scadenza). E l’Italia? Per ora assiste, o ha richieste marginali. Il primo ministro Giuseppe Conte ha partecipato al vertice con la rassicurante veste di “tecnico” scelto per un contratto di governo che vede un esecutivo formato da due partiti tutti e due all’opposizione in Europa. Una situazione scomoda. Giocherà le sue carte per cercare di avere un Commissario di peso, e si fa il nome infatti di Guido Crosetto, ex parlamentare dei Fratelli d’Italia, che ha estimatori trasversali (anche nel Pd). Guido Crosetto di peso lo è, e non solo in modo figurato: è un gigante sovrappeso da un metro e novanta, e il suo nome era già stato fatto per il ministero della Difesa in Italia qualora il partito della Meloni fosse entrato nella compagine di governo a guida Conte con i Cinque Stelle e la Lega. A stabilire l’agenda europea è per ora Donald Tusk. Padrone di casa garbato ed energico, compreso il divieto per i telefonini. Il 20 e 21 giugno prossimi ci sarà il vertice ufficiale dei 28 Capi di Stato e di governo, e per quel giorno Tusk vorrà avere chiari i tasselli del nuovo percorso. Compreso naturalmente il nome di chi in autunno prenderà il posto di Jucker.

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