Intervista ad Antonio Tajani dopo un anno di Presidenza

di Alessandro Butticé (*)

“I cittadini vogliono avere fiducia nelle istituzioni. Per rispondere alle loro attese e trovare soluzione ai loro problemi, il Parlamento deve raddoppiare gli sforzi. Sono pronto ad affrontare questa sfida lavorando per tutti gli Europei nei prossimi due anni e mezzo”. Questa è la promessa di presentazione di Antonio Tajani, pubblicata sul sito del Parlamento Europeo, in Inglese, Francese e Italiano, al momento della sua elezione a Presidente dell’unica istituzione europea che rappresenta tutti i cittadini europei. Antonio Tajani, è uno di quei – non molti, invero – italiani che fanno onore all’Italia in Europa ed all’Europa in Italia. Sempre animato dal fermo convincimento che l’Unione europea deve trarre la propria forza dai risultati che è in grado di conseguire per i suoi cittadini, il Presidente Tajani, come anticipato sul sito del Parlamento, è anche consapevole del fatto che l’UE sta attraversando un delicato capitolo della sua storia e che il Parlamento europeo potrà riacquistare la fiducia del grande pubblico raddoppiando gli sforzi per rispondere alle preoccupazioni dei cittadini.

Chi è Antonio Tajani

Nato a Roma nel 1953, Antonio Tajani è figlio di un ufficiale dell’esercito italiano e di una professoressa di latino e greco. Ha vissuto cinque anni in Francia, dove la famiglia aveva seguito il padre distaccato presso il comando della NATO. Si è laureato in giurisprudenza presso l’Università degli studi di Roma “La Sapienza”. Lui stesso ha prestato servizio come Ufficiale dell’Aeronautica Militare Italiana. Dopo aver frequentato il corso di alta specializzazione della difesa aerea a Borgo Piave di Latina, è stato inquadrato nel sistema NATO Air Defence Enviroment (NADGE).
L’on. Tajani ha svolto la professione di giornalista per più di vent’anni. Ha iniziato la sua carriera come conduttore del giornale Radio della RAI (Radio 1) ed è stato inviato speciale in Libano, Unione Sovietica e Somalia. Successivamente è stato chiamato al quotidiano Il Giornale da Indro Montanelli, il più autorevole giornalista italiano del ‘900.
Tra i co-fondatori di Forza Italia, nel 1994 viene eletto per la prima volta al Parlamento europeo. L’elezione segna l’inizio di quello che sarebbe stato un profondo impegno più che ventennale nei confronti dell’Unione europea e dei suoi cittadini.
Nominato commissario europeo ai trasporti nel 2008, durante il suo mandato sostiene risolutamente l’estensione dei diritti dei passeggeri. Nel 2010 diventa commissario all’industria e all’imprenditoria e in tale veste pone ambiziosi obiettivi di reindustrializzazione nonché la “crescita verde”, sostenendo le PMI, segnatamente attraverso la direttiva sui ritardi di pagamento e il piano d’azione Imprenditorialità 2020.
Rieletto al Parlamento europeo nel 2014, ne diventa uno dei vicepresidenti.
Dopo una campagna incentrata sulla promessa di una presidenza focalizzata sul sostegno fattivo alle attività dei deputati e, contemporaneamente, sul ravvicinamento dell’Istituzione ai cittadini dell’Unione, il 17 gennaio 2017 Antonio Tajani è eletto Presidente del Parlamento europeo.
L’on. Tajani è sposato e ha due figli. Oltre all’italiano, parla perfettamente lo spagnolo, oltre all’inglese e al francese.
Per PIU Europei, lo abbiamo voluto intervistare a poco più di un anno dall’inizio del suo alto mandato.

Presidente Tajani, dal suo scranno di osservatore privilegiato, perché tanto europessimismo?

A sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma la nostra Unione appare purtroppo quanto mai distante dai suoi cittadini.
Vi è il sentimento diffuso, la percezione, che le istituzioni europee siano troppo burocratiche, autoreferenziali, chiuse nella fortezza di Bruxelles. Più che dalla politica, sembrano guidate da funzionari arroganti che hanno a cuore più le loro carriere che gli interessi della gente. L’Euro non ha portato a tutti i dividendi di benessere promessi. Le divergenze tra regioni sono aumentate. La crisi ha messo a dura prova la costruzione, palesemente incompleta, dell’Unione Economica e Monetaria, salvata anche grazie al grande lavoro di Mario Draghi.
La stessa globalizzazione non ha prodotto solo vincitori. Molti sono rimasti indietro, tagliati fuori dalla concorrenza a basso costo, dal dumping, anche sociale e ambientale, dalle rivoluzione tecnologica, dalla crescente concentrazione della ricchezza.
Chi si ritrova più povero, chi perde il lavoro o l’impresa, e con esse la dignità e la liberta, è spaventato, pieno di rabbia. Teme per il futuro dei propri figli. Sono gli stessi che subiscono la concorrenza dei nuovi poveri, degli immigrati pronti a qualsiasi mestiere, a qualsiasi condizione. Quelli che si sentono minacciati dall’illegalità, dalla violenza nelle periferie, dal fondamentalismo islamico.
Molta di questi uomini e donne hanno probabilmente votato per l’uscita del Regno Unito dall’Unione o, per il candidato alla presidenza degli Stati Uniti che è apparso più in sintonia con le loro frustrazioni.
L’Unione europea è una storia di coraggio, di muri abbattuti, di apertura. La legittima paura di molti europei porta invece a rinchiudersi, spinge verso nuove barriere, può invertire questo cammino di pace, libertà e prosperità intrapreso dopo due guerre che hanno radici proprio nel nazionalismo.
Sarebbe un grave errore sottovalutare questi timori, l’angoscia profonda di chi si sente disorientato. La buona politica deve fare esattamente l’opposto. Non può presentarsi con la verità in tasca ma mettersi all’ascolto, con umiltà. Deve essere seria, concentrarsi non sul facile consenso, ma su risposte vere a queste richieste di aiuto.
E’ questa l’unica strada per vincere la paura, per togliere consenso alle sirene populiste che promette ricette tanto accattivanti quanto velleitarie.

Cosa bisogna fare per riacquistare la fiducia dei cittadini?

Dobbiamo essere onesti. Negli ultimi anni l’Unione europea, i suoi Stati membri, sono riusciti solo in parte a rispondere alle preoccupazioni dei nostri popoli. Il lascito di molti grandi europei, non da ultimi Kohl o Simon Veil, che abbiamo da poco commemorato al Parlamento, non è stato raccolto. La spinta a rinnovare l’Unione sembra essersi esaurita con i no di Francia e Olanda ai referendum del 2005 sulla Costituzione Ue.
La delusione verso il sogno europeo nasce da ripetuti errori: eccessi di prudenza, mancanza di visione, latitanza della politica. E, soprattutto, dagli egoismi di politici nazionali concentrati quasi unicamente sull’apparire, sul seguire gli umori del proprio elettorato nel breve termine; sempre pronti a scaricare sul capro espiatorio europeo le loro responsabilità.
In altre parole, sono mancati, salvo poche eccezioni, veri leader di statura europea. E la dimensione europea, se si vogliono davvero affrontare problemi che vanno oltre le nostre frontiere, è quella naturale della buona politica.
Tutto questo, insieme a dieci anni di crisi economica affrontata senza sufficiente coraggio, ha allontanato gli europei dall’Europa. Facendo emergere, talvolta, anche uno spirito distruttivo che ha fatto credere che lasciare l’Unione o l’Euro fosse il rimedio a tutti i mali.
Chiudersi nelle proprie frontiere, rispolverare un arcaico sovranismo, può dare l’illusione di sentirsi protetti o aiutare a sfogare la frustrazione per una poco efficace Babele europea. Ma non regge alla prova della realtà. Nessuno dei nostri Paesi, da solo, è in grado di governare i flussi migratori di decine di milioni di disperati dall’Africa, lottare contro il terrorismo internazionale, avere una politica economica e monetaria efficace, tenere testa agli USA, alla Cina, alla Russia, all’India. La popolazione europea, che all’inizio del secolo rappresentava circa il 20% di quella mondiale, nel 2050 sarà meno di 1/20. Se l’Italia fosse una provincia della Cina, sarebbe solo l’ottava in ordine di popolazione.
I nostri cittadini sono consapevoli di questa realtà. Si rendono conto che solo con maggiore cooperazione ed un’Europa più forte possiamo promuovere i nostri valori e tutelare i nostri interessi nel mondo globale.
Per questo, ci chiedono un’Europa diversa, davvero efficace, vicina alle loro esigenze. Un’Europa politica.

Potrà aiutare l’uscita dalla crisi economica e le vittorie europee in paesi come Francia e Germania?

La ripresa economica sta diradando le nubi più dense. Uno degli ultimi Eurobarometri indica una ripresa di fiducia e la convinzione diffusa che immigrazione, terrorismo o cambio climatico si devono affrontare insieme.
Non possiamo sprecare questa finestra di fiducia. Siamo in mezzo al guado e non possiamo rischiare la prossima piena, visto che quella precedente ha quasi spazzato via sessant’anni di costruzione europea. Se sprecassimo questa nuova opportunità voi non ce lo perdonereste.
Ridare primato alla politica
Le vittorie pro Europa in Olanda, Francia e Germania non bastano certo a spegnere il fuoco del populismo che continua a covare sotto la cenere. Questi risultati devono spingerci verso un vero cambiamento per recuperare il Primato della politica.
Serve una nuova Europa che riavvicini i popoli, dimostri identità e passione; crei un senso di appartenenza a un grande progetto di libertà, pace, giustizia e benessere, che va ben al di là di un mercato o di una moneta.
La Germania, la Francia, l’Italia, la Spagna, i paesi del Benelux, devono guidare il gruppo di testa, trascinare tutti quelli che li vogliono seguire verso il traguardo.
Cosa sta facendo, in questo senso l’Istituzione da lei presieduta, il Parlamento Europeo?
Il Parlamento europeo, l’unica istituzione eletta direttamente da 500 milioni di cittadini, ha una responsabilità particolare. Per questo, dal giorno della mia elezione, la mia priorità è stata lavorare per riavvicinare l’Europa ai suoi popoli.
Se c’è una cosa che i popoli europei non vogliono, è essere governati da una burocrazia non eletta e, dunque, irresponsabile nei loro confronti. Il cittadino pretende, a ragione, di poter punire o premiare il politico che elegge sulla base dei risultati. E’ la base della democrazia.
Per questo nel contratto sociale il cittadino contribuente accetta di pagare le tasse a condizione che vi sia un forte controllo sulle spese da parte di chi lui stesso elegge. No taxation without representation recita il motto nella stessa lingua in cui è stato scritto “Il Leviatano”.
Allo stesso modo, il popolo pretende che siano i suoi eletti a proporre e approvare le leggi, a sottoscrivere gli accordi internazionali, a modificare le regole costituzionali, a controllare l’azione del potere esecutivo.
Certo, il ruolo dei parlamenti e dei governi nazionali è essenziale nelle politiche dell’Unione e nel rispetto del principio di sussidiarietà. Ma solo il Parlamento europeo ha la legittimità democratica per promuovere l’interesse generale dei popoli europei, che è una sintesi ben diversa dalla somma dei singoli interessi nazionali.
Il successo della costruzione europea si è sempre misurato con il ruolo assunto dal Parlamento. Per questo il rafforzamento dell’Unione, anche in futuro, deve passare per un maggiore ruolo del Parlamento.
Se il Parlamento è il cuore pulsante di una nuova Europa più democratica, è naturale che il dibattito per il cambiamento non possa avvenire nei corridoi dei ministeri o tra gli Sherpa, bensì nell’aula della Plenaria.

Sarà necessario modificare i Trattati?

Molti dei mutamenti che servono si possono fare senza modificare i Trattati. A cominciare dal Bilancio dell’Ue che deve riflettere vere priorità politiche.
Va superata la logica del bilancino tra interessi nazionali e l’ossessione per il giusto ritorno. Dobbiamo dotarci di risorse adeguate capaci di generare un valore aggiunto superiore alla somma dei singoli ritorni nazionali. 1 euro speso a livello UE su ricerca, innovazione, sicurezza, difesa, controllo delle frontiere o sviluppo dell’Africa, ha un effetto moltiplicatore maggiore di 1 euro speso a livello nazionale. Un bilancio Ue intelligente, che segua il principio di sussidiarietà, porterebbe risparmi a tutti i cittadini aumentando di molto l’efficienza della spesa.
Cosa pensa dei progetti spaziale e di difesa e sicurezza comune?
Se ogni Stato avesse dovuto realizzare un proprio sistema satellitare GPS o per l’osservazione della terra, il conto sarebbe stato almeno 20 volte quello di Galileo e Copernico. Lo stesso vale per alcuni grandi progetti di ricerca, come quello sull’energia pulita.
Se avessimo a disposizione Canadair o elicotteri per una protezione civile europea o, motovedette per la guardia costiera UE, potremmo far fronte a crisi ed emergenze con più mezzi a costi inferiori, come già in parte avviene. Lo stesso per lo sviluppo di sistemi innovativi per sicurezza e cyber sicurezza. Per non parlare della difesa, dove sinergie, standardizzazione, economie di scala e ricerca europea portano a decine di miliardi di risparmio.
Se vogliamo rafforzare il bilancio e renderlo più autonomo, dobbiamo ragionare su un nuovo sistema di risorse proprie, come proposto dal Parlamento europeo, in linea con il Rapporto di Mario Monti.
Tra le idee in discussione, vi è anche una tassa sulle piattaforme digitali che risolverebbe il problema del dumping fiscale e della territorialità dei ricavi.
E’ tempo di avviare una rivoluzione copernicana: prima definire gli obiettivi politici e, su questa base, stabilire e distribuire le risorse.
Come si possono governare i flussi migratori che sono un problema alla ribalta dell’opinione pubblica europea?
Serve molto più coraggio anche sull’immigrazione. Non possiamo lasciare nelle mani dei trafficanti di esseri umani la gestione dei flussi migratori.
Governare questi flussi a livello europeo è una delle prima istanze dei nostri cittadini, che ci chiedono non solo più giustizia ma anche maggiore fermezza. Il diritto di asilo, così come la solidarietà, sono dei nostri valori fondanti. Ma questo non significa non dover essere determinati nel contrastare l’immigrazione illegale.
Il Parlamento europeo è in prima linea per dare risposte efficaci. Il 21 giugno scorso abbiamo invitato a discutere in plenaria tutti i principali attori, tra cui Juncker, Mogherini e il Primo Ministro libico.
Così come è stato chiuso il corridoio balcanico attraverso investimenti e accordi con paesi terzi, allo stesso modo vanno chiusi tutti gli altri corridoi Mediterranei. L’Europa deve investire almeno le stesse risorse utilizzate con la Turchia e la Giordania anche in Libia, Tunisia, Marocco, Ciad, Niger o Mali nel quadro di una robusta diplomazia economica e di sicurezza.
Servono campi in Africa, anche prima del deserto, sotto l’egida dell’ONU che assicurino protezione, controlli e applicazione delle regole per il diritto di asilo o di rimpatrio, cure mediche, sostegno alimentare e scuole. Solo così potremmo salvare migliaia di vite e sottrarre vittime a trafficanti senza scrupoli.
E’ chiaro che l’attuale sistema di ripartizione degli oneri tra Paesi UE non funziona. Il Parlamento è impegnato nella riforma del Regolamento di Dublino per un sistema più efficiente e solidale, con criteri omogenei che evitino il pellegrinaggio dei richiedenti asilo verso i paesi con condizioni più favorevoli.
Nei prossimi anni rischiamo flussi migratori epocali, soprattutto dall’Africa sub-Sahariana. Le cause sono molteplici: desertificazione legata al cambio del clima, carestia, povertà, malattie, terrorismo, instabilità, corruzione. Nel 2050 l’Africa avrà 2.5 miliardi di persone, in gran parte giovani senza prospettive.
Una risposta seria richiede una strategia europea che vada alla radice dei problemi.
Dobbiamo agire su più fronti.
Da un lato rafforzare il controllo delle frontiere esterne, attraverso l’incremento dei mezzi e delle risorse della Guardia Costiera e di Frontiera europea. Dall’altro, dobbiamo costruire un nuovo partenariato con l’Africa, che guardi non solo alle sfide, ma anche alle grandi opportunità di questo continente.
Tra maggio e giugno dello scorso anno sono intervenuti a Strasburgo il Presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres e il Presidente della Costa d’Avorio Alassane Ouattara, per discutere di questo Partenariato. All’Africa servono più investimenti in infrastrutture, trasferimenti di tecnologie, efficienza delle risorse e formazione per sviluppare una vera base manifatturiera e un’agricoltura moderna che diano prospettive a chi non ha più nulla da perdere.
Solo in questa cornice, e prevedendo quote legali di studenti e lavoratori africani in Europa, si potranno definire accordi di rimpatrio più efficaci.
L’attuale fondo di appena 4 miliardi è del tutto inadeguato a queste sfide. Con il prossimo bilancio dobbiamo prevedere almeno 40 miliardi, con un effetto leva fino a 500 miliardi di euro.
Il 22 novembre abbiamo ospitato in Plenaria un evento di Alto Livello sull’Africa su questi temi a una settimana dal Vertice di Abidjan tra UE e Unione Africana.

Torniamo un po’ su sicurezza e difesa. Quale pensa debba essere, in concreto, il ruolo dell’Europa?

Per promuovere pace, stabilità, sicurezza e valori, l’Unione deve dotarsi di una vera capacità d’intervento. I nostri cittadini ci chiedono, anche qui, maggiore protezione in un mondo sempre più instabile. Siamo dunque chiamati a una maggiore senso di responsabilità.
Il Parlamento sostiene la realizzazione di un’industria e di un mercato europeo della difesa per sfruttare le economie di scala.
Nelle missioni all’estero, così come per il controllo delle frontiere, i nostri mezzi devono poter interagire. Per aumentare il livello di coordinamento e le sinergie è indispensabile l’interoperabilità e standard comuni. Così come è essenziale sviluppare tecnologie di difesa e sicurezza utilizzando anche il bilancio Ue.
Servono molte più risorse, sia per le tecnologie sulla difesa che per quelle sulla sicurezza e la cyber sicurezza.

E a proposito di lotta al terrorismo e controllo delle frontiere cos’altro resta da fare?

Dopo la serie di attentati nei nostri paesi, la lotta al terrorismo è in cima alle preoccupazioni degli europei. Se vogliamo conservare il nostro grande spazio di libertà, dobbiamo dotarci di strumenti più efficaci per garantire la sicurezza dentro e fuori questo spazio.
La ricetta dei cosiddetti sovranisti – richiudersi nelle proprie frontiere -, è dannosa e controproducente. Centinaia di punti di frontiera tra Belgio, Francia, Olanda, Germania o Italia, si tradurrebbero in file, burocrazia, costi. Ma non certo in più sicurezza. Non è limitando la libera circolazione che si fermano i terroristi, che spesso sono cittadini dei nostri stessi paesi.
La vera sicurezza dipende dalla capacità di collaborare, di fidarci gli uni degli altri. Di condividere banche dati e informazioni, tecnologie, buone pratiche. Nel coordinamento tra intelligence europee e quelle dei paesi terzi. Chiudere le frontiere sarebbe una retromarcia rispetto al lavoro fatto finora, riducendo la spinta a questa collaborazione.
Dobbiamo continuare a rafforzare Europol e l’azione congiunta delle forze di polizia. Così come la collaborazione tra le polizie finanziarie, come la nostra Guardia di Finanza, nella lotta al riciclaggio, all’evasione, o alla contraffazione.
Per questo ho proposto una vera e propria FBI europea che metta insieme eccellenza, capacità investigative e informazioni dei diversi corpi di sicurezza; e possa agire per tutti quei crimini dove – come per il terrorismo – è indispensabile un’azione transfrontaliera.
Allo stesso modo, servirebbe un’agenzia europea per tracciare le transazioni finanziarie illecite, a partire da quelle che finanziano terrorismo e radicalizzazione.
Il Parlamento ha già sostenuto la creazione di un Procuratore Ue per facilitare il coordinamento tra pubblici ministeri.
Serve un Ministro dell’Interno Ue che, come per la Politica Estera e di Sicurezza, sia anche Vice Presidente della Commissione e possa dare impulso al lavoro del Consiglio Affari Interni.
E’ necessaria una strategia europea anche per lottare contro la radicalizzazione, nelle scuole, nelle periferie, nelle carceri, nel web, che è spesso lo strumento di propaganda più utilizzato.
Non possiamo consentire che le tensioni tra Sunniti e Sciiti si ripercuotano sulla nostra sicurezza. Chi finanzia la diffusione di un Islam ultra conservatore, deve essere sottoposto a controlli per tutelare i nostri cittadini.
Le moschee devono restare luoghi di culto. Dobbiamo incoraggiare lo sviluppo di un Islam europeo, che predichi nelle nostre lingue.
Chi viene a vivere da noi, deve condividere i valori che sono alla base della nostra convivenza libera e pacifica: la tolleranza, il rispetto per le credenze e le opinioni dell’altro e per la dignità dell’uomo e della donna. Violare i diritti umani in Europa non può essere giustificato da nessun credo.
Il giuramento solenne sulla fedeltà alla Costituzione americana necessario per la cittadinanza USA, è un buon esempio di un’integrazione che passa dalla presa di coscienza, non solo dei diritti, ma anche dei doveri e dei valori che caratterizzano una comunità.
Queste e altre idee saranno analizzate dalla nuova Commissione parlamentare speciale che il Parlamento ha istituito per rafforzare la lotta a terrorismo e radicalizzazione.
Un governo dell’economia per far fronte alla disoccupazione giovanile
Abbiamo bisogno di rafforzare e semplificare l’esecutivo UE, di renderlo più democratico, mantenendo un forte rapporto di fiducia con il Parlamento europeo.
Penso ad un Presidente della Commissione che presieda anche il Consiglio europeo. Ma anche ad altri Vice Presidenti che, come per gli Affari Esteri, di Sicurezza e di Difesa, siano anche dei veri e propri Ministri UE.
Oltre a quello per gli Affari Interni, condivido l’idea di un Vice Presidente e Ministro del Tesoro europeo e di uno per la Competitività, l’Industria e il Commercio.
Questi Ministri – Vice Presidenti – devono superare l’audizione delle Commissioni Parlamentari competenti e avere un voto “di fiducia” dalla plenaria come membri del Collegio dei Commissari. E non possono essere ministri solo sulla carta, ma avere veri strumenti per risolvere i problemi.
In un’economia sempre più integrata, molte imprese sono parte di catene di valore europee. La politica economica o industriale di uno Stato condiziona quella dei propri vicini.
Se a questo aggiungiamo la condivisione di mercato e moneta, non possiamo non renderci conto che serve un vero governo economico UE, con poteri di coordinamento per evitare che ci si danneggi a vicenda.
Il fisco è un altro problema che sta molto a cuore dei cittadini. Quali sono le sue idee a tale proposito?
La prima cosa che ci chiedono i nostri cittadini è equità fiscale. Mentre oggi, assistono impotenti a un vero e proprio “dumping” fiscale che impoverisce tutti, costringendo chi perde gettito, a tassazioni oppressive su imprese e lavoro.
Quando alcuni Stati Membri offrono condizioni irrisorie, palesemente inique, a multinazionali o giganti del web per attirarli sul proprio territorio, di fatto danneggiano tutta l’economia dell’Unione. Da una parte, drenando i profitti generati da queste imprese nell’intero territorio europeo, con una perdita netta di gettito fiscale per tutti. Dall’altro, costringendo gli altri Stati a compensare i mancati proventi, con più tasse o tagli ai servizi sociali.
Perché booking.com, che fa lauti profitti con le transazione turistiche in tutta l’UE, è tassata a livelli minimi solo in Olanda trasferendo enormi ricchezze nella Silicon Valley? Questo, quando i nostri albergatori – super tartassati – non hanno neppure i margini per rinnovare gli alberghi o investire in formazione.
Basti un solo dato per capire l’entità del problema. In Italia, i principali giganti del web, a fronte di ricavi per decine di miliardi, pagano appena 114 milioni di tasse.
Per recuperare equità, è necessario tassare le attività economiche laddove generano ricavi. Come proposto per le piattaforme all’Ecofin di Tallin lo scorso anno.
La web tax è un buon inizio, ma non basta. Dobbiamo chiederci se non sia ormai arrivato il momento per una base imponibile UE minima, anche per le tasse indirette, con un tetto massimo per quelle sul lavoro.L’iniquità fiscale è solo uno degli ostacoli al cattivo funzionamento del mercato interno, che vede la coesione tra regioni diminuire anziché aumentare.
A febbraio 2017 abbiamo proposto di trasformare il Fondo Salva Stati, con i suoi 376 miliardi di capitale ancora disponibili, in un vero Fondo Monetario Europeo.
Questo Fondo, sottoposto al controllo del Parlamento, sarebbe determinante per correggere gli squilibri competitivi e sociali, facilitando le riforme strutturali e gli interventi nei momenti di crisi.
Ma questo non basta. Dobbiamo completare l’Unione Bancaria e il Mercato dei Capitali.
Oggi le banche sono considerate più solide anche per il solo fatto di avere sede in uno Stato con finanze sane. Questo crea asimmetrie nell’accesso al credito, avvantaggiando le imprese di questi Stati.
Un mercato europeo dei capitali garantirebbe parità di accesso al credito senza penalizzare le imprese per la loro localizzazione geografica.
Allo stesso modo, fino a quando non vi sarà un mercato europeo dell’energia o del digitale, con infrastrutture, standard e interoperabilità, vi saranno imprese sfavorite dal costo dell’energia o dal livello di connettività del luogo dove operano.
Ho apprezzato l’idea del Presidente Juncker di avere un’agenzia europea per facilitare il collocamento. E’ un buon inizio. Ma dobbiamo spingerci oltre. Il bilancio UE deve avere in primo piano la formazione quale via maestra per facilitare l’accesso al mercato del lavoro.
Per restare competitivi, dobbiamo cogliere le grandi opportunità dell’era digitale. Le nuove tecnologie permetteranno un aumento della produttività nei Paesi industrializzati dall’0,8 all’1,4% ogni dodici mesi.
Ma non ci saranno solo vincitori. Non dobbiamo lasciare indietro i meno attrezzati a stare al passo con una rivoluzione che trasforma il modo di produrre e cambia radicalmente lavoro e competenze.
L’innovazione dovrebbe dare nuove opportunità di lavoro, ma la robotica non rischia di essere anche un limite all’occupazione?
Lo sviluppo della robotica e delle intelligenze artificiali sta avendo effetti dirompenti. Recenti studi indicano che circa la metà delle attività umane potrà essere sostituita dall’automazione. In Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito i posti a rischio sono 54 milioni. Questo senza tener conto di tecnologie ancora sperimentali, come le auto senza pilota o i droni per il trasporto umano.
L’Unione deve governare questi cambiamenti, aiutando non solo chi si affaccia al mercato, ma anche i tanti che rischiano di fare la fine di chi fabbricava ruote per calessi alla vigilia dell’avvento dell’auto.
Per questo, dobbiamo anche puntare su settori che resteranno ad alta intensità di manodopera. Penso al turismo, dove è previsto un raddoppio della domanda globale nei prossimi 15 anni e la possibilità di creare fino a 5 milioni di nuovi posti nell’UE. Oppure ad alcune delle industrie culturali e creative, quali l’alta gamma e l’artigianato di eccellenza basati sull’abilità manuale.
Lo scorso anno ho organizzato nella Plenaria del Parlamento, insieme ai vertici della Commissione europea, gli Stati Generali del Turismo in Europa.
Va favorito un confronto continuo tra industria, formazione e centri di ricerca, affinché i giovani abbiano le competenze effettivamente richieste dal mercato.
Ma servono anche politiche d’incentivo al loro inserimento nel mondo del lavoro.
Quando era Vicepresidente della Commissione Europea ha dato un grande impulso all’industria europea. Pensa sia necessario ancora rafforzare la base industriale?
Se il lavoro è il primo obiettivo, allora dobbiamo sostenere i nostri imprenditori e l’economia reale, da cui viene la stragrande maggioranza dei nuovi posti. E sciogliere i tanti nodi che ostacolano le imprese.
Grazie alla Risoluzione del luglio scorso del Parlamento europeo torna in primo piano la competitività industriale nelle azioni UE: dal mercato interno al digitale, dalla politica energetica a quella per la sostenibilità ambientale, all’innovazione e formazione.
La stessa politica di concorrenza deve modernizzarsi e prendere atto del mercato globale, non ostacolando la nascita di campioni europei indispensabili per competere con i giganti mondiali.
Cosi come la politica commerciale deve contribuire a rafforzare la base industriale e creare lavoro in Europa.
Siamo leader nella qualità, nella tecnologia. Abbiamo tutto l’interesse a un mercato aperto.
L’accordo con il Canada è un buon esempio di difesa di PMI e di posti di lavoro in Europa. Finalmente abbiamo una giusta tutela di prodotti DOP famosi: come il Prosciutto di Parma.
Su questa strada, promuovendo i nostri standard e i nostri prodotti tipici, dobbiamo lavorare per gli accordi di libero scambio con Giappone, Messico, Mercosur, Australia e Nuova Zelanda.
Il Parlamento europeo verificherà che vi sia sempre vera reciprocità, regole uguali per tutti. L’esatto contrario del protezionismo. Non possiamo giocare 11 contro 11 in Europa e 9 contro 13 in Cina.
Negli ultimi trent’anni l’industria europea ha portato avanti difficili processi di ristrutturazione per restare competitiva e sostenibile, sacrificando posti di lavoro.
Anche per questo, abbiamo il dovere di tutelare chi continua a produrre in Europa contro i sussidi o i prezzi predatori praticati da chi scarica sugli altri i propri problemi di sovraccapacità. Continuando a distruggere posti di lavoro da noi.
In una sua Risoluzione nel 2016, il Parlamento ha indicato che la Cina non è un’economia di mercato.
La posizione del Parlamento sulla nuova metodologia anti dumping è chiara sia sulle distorsioni di mercato che sull’onere della prova. Mi auguro che Parlamento e Consiglio trovino presto un accordo senza indebolire i nostri strumenti di difesa. Sarebbe difficile spiegare a imprese e lavoratori che, sulla base di pareri legali opinabili, rinunciamo a garanzie per un commercio equo.
Se veramente l’Organizzazione Mondiale per il Commercio (OMC) considerasse economie sostanzialmente governate dallo Stato, senza diritti sindacali e con poche tutele, alla stregua di vere economie di mercato, allora si aprirebbe un serio problema d’inadeguatezza delle stesse norme OMC. E questo non solo per l’Europa, viste le posizioni assunte da altre economie avanzate, quali USA o Giappone.

Per concludere, cosa ci aspetta e cosa deve fare l’Unione Europea post Brexit?

L’uscita di un grande paese come il Regno Unito è un ulteriore sintomo che questa Unione non sempre si è mostrata all’altezza. Oltre a essere un monito per chi continua a scaricare sull’Ue proprie responsabilità disinformando i cittadini.
Per questo, un’Europa più democratica parte da cittadini bene informati, consapevoli e realmente in grado di partecipare. E’ la linfa vitale di ogni democrazia.
Così come un’opinione pubblica e un dibattito sui temi europei implicano media attenti, capaci di vedere in Bruxelles una seconda capitale. E dei partiti vicini ai cittadini, che siano anche grandi famiglie transnazionali; dove, accanto alle dinamiche dei singoli paesi, trovino spazio idee e proposte per soluzioni europee.
A maggio a Bruxelles abbiamo inaugurato la Casa della Storia europea. Conoscere questa storia significa prendere coscienza dell’identità europea, la nostra vera forza, la prima ragione del nostro stare insieme.
Credo che i nostri giovani debbano sapere che alcuni giganti del nostro tempo, che magari non hanno vinto campagne militari, hanno consentito al nostro continente di risorgere dalle ceneri della guerra. Realizzando l’area di pace, libertà e solidarietà più avanzata del pianeta. Non basta l’Erasmus per promuovere una vera cittadinanza europea. Tutti i governi devono impegnarsi per inserire nei programmi scolastici questa storia straordinaria; e per un’educazione civica indispensabile all’esercizio del diritto di voto alle elezioni europee.

PIU Europei è una nuova rivista che si pone l’obiettivo di contribuire, attraverso l’informazione, alla costruzione Europea. Quale consiglio può darci, da vecchio giornalista?

Di essere tenaci e coraggiosi. L’Europa ha un deficit di comunicazione e c’è bisogno di un’informazione che sappia spiegare ai cittadini europei che la pace e il benessere di cui hanno goduto per oltre settant’anni non è caduto dal cielo. Settant’anni fa uomini coraggiosi hanno intrapreso un cammino guardando alle generazioni future, alle nuove generazioni. Il modo migliore per rendere omaggio al loro coraggio è dimostrare altrettanto coraggio, continuando questo cammino. Agli amici e colleghi giornalisti di PIU Europei auguro tanto coraggio e ogni successo.

(*)Le considerazioni riportate nel testo sono a carattere individuale e non possono, sotto ogni circostanza, essere interpretate come una posizione ufficiale della Commissione Europea, ai cui servizi appartiene l’Autore.

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